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giovedì 3 giugno 2010

in-differenze

ho letto da qualche parte che i cosiddetti non-luoghi si definiscono come tali poiché al loro interno non avviene la vita, cioè si passa ma non si sta.

dunque, quando siamo in stazione, saliamo o scendiamo dalla metro, quando aspettiamo ai controlli di sicurezza di un aeroporto o, ancor meno catarticamente, spingiamo il carrello della spesa lungo i corridoi di un centro commerciale, in tutti questi momenti siamo delle non-persone.

mi domando allora perché ogni volta io mi incanti a guardare i passanti, perché mi sembrino così umani. comincio a sospettare si tratti del fatto che mi piace un sacco fare la spesa.


mercoledì 2 giugno 2010

berlin eingabe/ausgabe

alla fine, ripensandoci, ho visto una torre, un muro e quattro blocchi di pietra. e la città intorno è bella, placida, opulenta, confortevole, a modo suo romantica. eppure queste poche cose mi hanno fatto davvero impressione.



lunedì 1 marzo 2010

passano i bastimenti

dopo essermi rotto le ossa per tutta la notte su un treno fetente fino a ventimiglia, scopro che i francesi scioperano a tempo indeterminato e che quindi il mio biglietto con destinazione aix-en-provence, dal confine in poi, non vale più un cazzo. succede in un momento imprecisato tra le cinque e le sei del mattino, il mio cervello prenderà servizio non prima di tre ore da adesso, quindi al momento sono a corto di idee. si deve vedere parecchio, visto che più o meno tutti gli altri passeggeri della carrozza in cui sono sistemato si sforzano di darmi qualche consiglio. ti conviene tornare indietro, grazie ci penserò, ma lo sai che san remo in questa stagione è davvero bella, grazie lo terrò presente, ma lo sai che se riesci ad arrivare fino a menton, poi c'è un pullman privato che forse funziona, grazie buono a sapersi. non riesco nemmeno ad essere preoccupato, quindi faccio l'unica cosa che uno bloccato a ventimiglia, più o meno a metà strada tra il luogo di partenza e quello di arrivo, possa fare tra le cinque e le sei di un mattino di metà dicembre.
cerco un bar.
barista un caffè, che poi chi lo sa se a ventimiglia lo si può ancora chiamare caffè o già è diventato ciofeca. ecco il caffè al signore, grazie. zucchero, giro, sorseggio. buono sto caffè, barista ti sei guadagnato un cliente, veramente io preferirei una mancia. il barista c'ha ragione ma io la mancia non glie la lascio lo stesso.
neanche faccio a tempo ad uscire dal bar che incontro un tipo, un canadese fuori di testa, che mi si rivolge con spiccato accento dei parioli. le sei ore successive sono così assurde che credo di averle sognate. jean francois, così si chiama il matto, dice di fare per professione il rappresentante di una fabbrica d'armi, dice pure che è famoso, in italia, è stato pure da mauriziocostanzoshow, ci è stato perché ha tentato di rapire i due figli alla ex-moglie italiana che non voleva più farglieli vedere (e chissà come mai!?). in effetti è credibile questo fatto che, se fai qualcosa di sbagliato, da noi vai in tv, mica in galera, ma secondo me, questo è solo un cazzaro, magari un tantino al di sopra della media. vai a sapere il motivo, mi lascio convincere a seguirlo, forse perché non so come dirgli di no, forse il fatto è che, con quegli occhi spiritati e la parlantina a scatti, mi fa veramente paura sto tipo. comunque sia, rimango coinvolto in una serie incredibile di autostop a catena, nel tentativo di utilizzare una macchina della polizia di montecarlo come taxi abusivo e l'ultimo pezzo del viaggio fatto estorcendo un passaggio a pagamento a un furgone, che non glie ne fregherebbe un cazzo di arrivare fino a nizza per noi. ma jean francois non è tipo che accetta un no come risposta e quello alla fine si fa convincere.
sul lungomare di nizza, mentre ormai temo che non riuscirò mai più a scollarmi lo psicopatico dalla giubba rossa (si fa per dire), quello trova un tipo disposto a portarlo in moto fino a marsiglia, dove lo attende un aereo che, non ho capito bene perché, deve prendere assolutamente, questione di vita o di morte, dice lui. mentre lo vedo sparire sulla motoretta, mi viene da pensare che forse così cazzaro poi non doveva essere e a ripensarci un certo brivido mi corre dietro la schiena.
una volta solo, mi guardo intorno e mi viene da pensare che ora sì che sono davvero fottuto. è praticamente impossibile per uno come me, che ha 19 anni e mezzo, in tasca solo settantamila lire e un biglietto del treno, valido esclusivamente da ventimiglia a scendere, che per di più non parla una cazzo di parola in francese, anzi una sì, merci, ma la pronuncia male, per uno così, dicevo, è impossibile arrivare fino a destinazione, a quasi 200 km da dove sono adesso. quasi quasi mi viene da piangere.
mi sistemo su una panchina per riflettere e un barbone si mette a fissarmi, devo fare pena anche a lui, penso, con la faccia appesa che mi ritrovo o forse è preoccupato che stanotte gli rubi il giaciglio. a un certo punto mi dice pure qualcosa che, a giudicare dal tono, non deve essere molto cortese. io non so come rispondere, quindi gli dico, merci, e me ne vado.
a spasso per un altro po'. però questa cacchio di nizza è bellina, c'ha una passeggiata sul mare veramente niente male. sarà per il sole di dicembre, che uno non se lo aspetta, sarà per il fatto che alle panchine ho capito che è meglio se non mi ci avvicino, ma mi viene in mente che il posto migliore dove riposare un po' e magari vedere se il cervello si rimette a funzionare, forse è proprio la spiaggia.
infatti col culo sulla sabbia tutto sembra più semplice. sono a piedi nudi, vestito con un discretissimo maglione arancione a spine di pesce blu e verdi, è un regalo di mamma per natale scorso, brutto in culo ma caldissimo e, siccome stavo andando in francia, quindi al nord, ho pensato che era meglio vestirsi pesanti, adesso sono in spiaggia coi francesi che mi guardano e pensano, però quel barbone che bel maglione arancione che c'ha, adesso sono qui e pure se non so che fare, già mi sento un pochino meglio.
è più o meno allora che mi accorgo di quante navi stiano passando davanti a me. partono, arrivano, chi lo sa che fanno o dove vanno e chi lo sa perché. a guardarle mi passa del tutto la preoccupazione, anzi, quasi quasi mi sento felice. guarda che bello il mare anche fuori stagione e guarda queste navi che, pure se sono lente a comparire e poi a sparire, mi sembra che coi loro tempi lunghi e i loro modi pacati ci hanno capito tutto della vita.
credo che il sonno mi sia arrivato proprio mentre pensavo quella cosa lì delle navi. una delle migliori dormite della mia vita.

lunedì 7 settembre 2009

il dono dell'obliquità

lecce. due passi in centro. la città bianca, nemmeno tanto affollata, si apre fresca. non è la prima volta che ci vengo ma giro distratto, col naso in su tra i vicoli, sbattendo addosso agli altri passanti. faccio come le palline del flipper, scelgo una traiettoria, tiro dritto finché non incontro un ostacolo, ci rimbalzo contro, chiedo scusa imbarazzato e mi rimetto su una nuova traiettoria.
in verità non me ne frega niente della pietra leccese, delle facciate di chiese e palazzi, della mancanza di ortogonalità (non sono neanche sicuro di sapere cosa voglia dire...). mi ingrippa l'idea di poter fare foto a colori, senza colori. cerco quei posti dove luci e ombre si mescolano bene, senza pensare a molto altro, ammatondandomi un po' nel frattempo.

dopo due ore di sponde, mi metto seduto sulle gradinate di sant'irene e mi prendo un po' di minuti per respirare. accanto a me si sistema un omino singolare. è vecchio, direi molto vecchio, sarà alto un metro e mezzo, le gambe sono due stecchi ricoperti da una pelle non più elastica da tempo. indossa un paio di pantaloncini cachi da esploratore d'altri tempi e una camicia bianca misto cotone e acrilico, di quelle comprate al mercato dai cinesi. è quasi completamente calvo, l'abbronzatura eccessiva della pelata è scomposta in un puzzle di tessere, separate da profondi solchi color carne viva, le tracce di una scottatura trascurata. porta dei grossi occhiali quadrati fumé dalla montatura metallica dorata e in mano stringe una di quelle macchinette fotografiche di cartone usa e getta. la tiene con una mano sola, lontana dal viso, come fosse una di quelle compatte digitali che imperversano ovunque. è strano. si gira intorno con uno sguardo indagatore, le sopracciglia bianche e pelosissime, accartocciate sull'attaccatura del naso come un ventaglio semichiuso e quando nota qualcosa che lo colpisca, chissà mai perché, raddrizza il braccio, punta la macchina fotografica e poi fa una cosa insensata, piega la testa da un lato, il più possibile, segue con la macchinetta il movimento del collo e poi scatta tutto storto, senza neanche guardare davvero dentro l'obiettivo.

è la terza volta che lo incrocio. l'ho già visto al duomo e a sant'oronzo e tutte le volte se ne è stato lì a fare la stessa cosa, scegliere dei particolari in base a criteri tutti suoi e poi riprenderli belli storti. stavolta mi sta così vicino che quando lo vedo puntare la macchina per l'ennesima volta, butto un po' indietro la schiena e distrattamente mi piego per trovarmi più o meno alle sue spalle e poter seguire con attenzione tutta l'operazione. sbircio la linea del suo braccio fino alla macchina e guardo dritto in faccia un pezzo della balaustra del balcone che sta puntando, poi, quando piega testa e macchina, faccio lo stesso e quasi assecondo con un piccolo scatto muscolare del collo il click della foto. una volta terminata tutta l'operazione e giratosi, l'omino strano mi trova ancora tutto inarcato alle sue spalle e mi guarda come se il matto fossi io (in effetti anche svariate decine di turisti di passaggio fanno la stessa cosa...). e mo' che mi ha beccato così, non posso certo fare finta di niente, qualche cosa glie la devo pure dire, prima che pensi che gli volevo scippare la macchinetta!
scusate- il voi dalle parti mie con gli anziani è segno di rispetto - stavo guardando cosa riprendevate. vi posso chiedere perché fate le foto tutte storte, il vecchio si sistema meglio sul gradino e si mette a ricaricare la rotella della macchinetta, mentre mi sorride sornione.
vedi, io sono di lecce e siccome non ce li ho i soldi per andarmi a fare le vacanze da un'altra parte, allora me le faccio qui.
sì vabbe' ma questo non mi spiega perché fate le foto con la macchinetta storta, mi fissa per una frazione di secondo, cala lo sguardo alla macchinetta un'altra volta, poi mi guarda in faccia di nuovo, come se stesse per svelarmi chissà quale grande segreto.
il fatto è che io queste pietre le conosco a memoria, tutte. e allora le foto le scatto diverse, perché così mi sembrano dei posti nuovi.
un paio d'ore più tardi, davanti a una cedrata con granita di limone, mi capita di pensare che sì, quel vecchio bislacco mi ha davvero svelato un grande segreto... per fare in modo che la realtà, la propria realtà sia sempre nuova, alle volte può bastare di storcere un po' lo sguardo.
in alternativa, si può sempre venire a lecce.

domenica 23 agosto 2009

il latte di atene

a galatina. anche quest'anno m'ha punto il ragno.

ha offuscato la mia vista ma non lo sguardo.

nella confusione della festa, credo di aver addirittura ballato.

bello e liberatorio sentire il cuore montare i battiti verso sera, al ritmo di una terzina.

domenica 14 giugno 2009

architettura d'interni

Cassettiera HEMNES:
Parti principali: Pino massiccio, Mordente, Vernice acrilica, trasparente;
Base del cassetto: Fibra di legno, Lacca acrilica;
Pannello di fondo: Fibra di legno.
€ 329

Credenza VÄRDE:
Parti principali: Betulla massiccia, Olio, Vernice all'amminoresina, trasparente;
Montanti: Truciolare, Impiallacciatura di betulla, Vernice acrilica, trasparente;
Pannello di fondo: Fibra di legno, Lacca;
Frontale del cassetto: Fibra di legno, Lacca acrilica, Vetro temprato;
Piede: Acciaio inossidabile;
Pomello: Zinco, Nichelato, Vernice trasparente.
€ 649

Buffet TROLLSTA:
Parti principali: Truciolare, Lamina, Plastica ABS
Pannello di fondo/ Base del cassetto: Fibra di legno, Lacca acrilica
Gambe: Acciaio, Rivestimento epossidico a polvere, pigmentato
€ 299

il resto, come tutti sanno, non ha prezzo.

sabato 13 giugno 2009

il bianco e il nero

ieri la notte è stata nera. alle volte, quando ne vale la pena, è blu ma ieri no. nera. di dormire manco a parlarne. ho passato tutto il tempo a sentirmi ronzare figure sfocate in mente. per quanto ci abbia provato, non sono riuscito ad isolare nessun contorno. solo sensazioni.

sono stato a camminare, cercando i lampioni rotti, in modo da non essere troppo disturbato dal venerdì sera di paese. alla fine l'unica cosa che mi abbia colpito è stata la granita al limone che ho preso per sembrare un po' meno losco. la granita al limone è bianca. non lo so perché. il limone è giallo ma la granita al limone è bianca.

quando ho rimesso piede a casa, questo contrasto di bianco e nero ha fatto riemergere un non meglio precisato fantasma muliebre ad infestarmi il sonno. è stato allora che ho smesso del tutto di pensare al letto. dovrei ormai avere imparato a tenere da parte qualche buona lettura per casi simili ma non è così.

a queste condizioni, qualcuno ha da consigliarmi libri che siano meglio di fissare il soffitto?

venerdì 10 aprile 2009

la grave malattia del pensare

Ogni tanto, incredibilmente, mi ricapita davanti agli occhi questo libretto quasi indecente, che si chiama "papalagi". L'ho letto per la prima volta più di dieci anni fa e mi colpisce sempre come un maglio, per la linearità degli argomenti esposti. Si tratta del resoconto sugli usi e costumi dell'uomo bianco (il papalagi, appunto), fatto da Tuiavii, capo indigeno da un'isola del Pacifico, dopo un suo viaggio in Europa agli inizi del secolo scorso.
Leggete qui...

"C'è da chiedersi se stupido è chi non pensa molto, o chi pensa troppo. Il Papalagi pensa in continuazione.
Spesso vive solo con la testa, mentre tutti i suoi sensi sono profondamente addormentati. Anche se va in giro, parla, mangia e ride. Il pensare, i pensieri, che sono i frutti del pensare, lo tengono prigioniero. È una specie di ubriacatura.
Quando il sole splende bene nel cielo, pensa subito: «Come splende bene!». E sta sempre lì a pensare come splende bene. Ciò è sbagliato. Sbagliatissimo. Folle. Perché quando splende è meglio non pensare affatto, è meglio
distendere le proprie membra alla calda luce e godersi il sole."
E' tutto molto istruttivo e decisamente illuminante ma si può seriamente prendere a modello una popolazione di obesi famosa al mondo solo per le chitarrine in miniatura e le camicie a fiori?
Forse sì...

sabato 3 gennaio 2009

luoghi in comune

ah, new york è grande e caotica. ah, new york è davvero un miscuglio di razze e di culture. ah, a new york ci stanno un sacco di negri e di italiani e di musi gialli (agli altri per insultarli gli devono cambiare il nome, a noi basta quello che abbiamo).

eh, a new york nessuno parla l'inglese inglese, perché nessuno è di new york new york. eh, new york è piena di artisti e di intellettuali e di ricconi. eh, new york è piena pure di checche.

ih, new york è la città che non dorme mai. ih, i pompieri di new york sono degli eroi, da quando quella volta, l'11 settembre... ih, new york c'ha la statua della libertà e lo skyline e il central park e il ponte di brooklyn e...

oh, new york è invivibile e inquinata. oh, new york se non c'hai i dollari... oh, new york per le vacanze è meglio in autunno e in primavera.

uh, new york non c'ha più i mafiosi e i jazzisti ed è più facile trovare un kebab che un hot dog. uh, new york potrebbe essere molto più... molto più... no, più di così proprio no. uh, new york è la città dei luoghi comuni, dove si vive un sacco nei luoghi in comune, che però quasi nessuno si ricorda mai.

mercoledì 31 dicembre 2008

vorrei vivere in stazione

vorrei vivere in stazione. perché, se ci vai senza avere una meta precisa, di sicuro ne troverai una. perché puoi passare ore concentrato solo sulle persone intorno a te e non parlare lo stesso con nessuno. perché ogni giorno ci trovi facce familiari e tutte le volte non le vedrai mai più. perché ti innamori ad ogni svolazzo di gonna che cogli e ti emozioni ad ogni addio cui assisti.

vorrei vivere in stazione. per sfatare il mito che lì ci abitano solo i barboni o magari per entrare a far parte della categoria. per permettermi il lusso di infrangere le regole che ritengo stupide. per provare il brivido, ogni tanto, di attraversare sui binari.

vorrei vivere in stazione. per sentirmi parte di qualche cosa che sia più grande di una famiglia, assimilabile a un'idea di società. per avere il bar sotto casa aperto ventiquattro ore su ventiquattro.

vorrei vivere in stazione. perché lo so che lì c'è sempre qualcuno cui chiedere informazioni.

venerdì 26 dicembre 2008

fusi sfusi

non ho recuperato il fuso.
non tanto fisicamente, quanto soprattutto concettualmente. non ho spostato l'orologio, così quando faccio qualche cosa e fuori è giorno e mi capita di guardare l'ora, mi viene subito da sbadigliare perché a casa, in italia, è notte. di contro, se esco e magari faccio tardino, poi mi scopro a pensare che sono ancora in piedi piú o meno all'ora in cui di solito mi sveglio.
in questo modo non sono in grado di dire se le foto prese siano state scattate di giorno o di notte, o meglio se siano state scattate mentre ero lucido oppure mentre sognavo. questo naturalmente senza entrare in giudizi di merito su quale sia, delle due, la condizione più auspicabile.

lunedì 22 dicembre 2008

i cuoricino enneipsilon

vado da starbucks, perché fuori fa davvero un freddo bestia, ho sete e chiedo una coca-cola (con tutte quelle, tutte quelle bollicine) e pedro, l'addetto alla cassa, nero, che mi serve, si fa quattro risate, mi dice che chiedere una cola da starbucks è come chiedere una pizza da mc donald e chiama anche una sua collega, consuelo, nera anche lei, la quale si sganascia e mi dice che è pronta a scommettere che non sono mai entrato prima da starbucks. poi capiscono che sono italiano, si stupiscono che ho lasciato la mancia e vogliono che io gli faccia una foto per ricordo. non lo faccio.
al negozio banana republic seguo mia madre e la mia sister in law (che, se ho capito bene, deve essere mia cognata, visto che tutti chiamano così la moglie di mio fratello) che stanno facendo shopping. mr. sanchez, uno degli addetti alla security, mi si avvicina e mi dice qualche cosa sulla macchina fotografica che porto appesa alla spalla. lui è chiaramente un portoricano obeso e dalla faccia simpatica, io gli prometto che non farò foto all'interno del negozio ma lui mi fa segno che non ho capito niente, voleva solo dirmi che c'ha una macchina fotografica come la mia e vorrebbe sapere come mi trovo con il mega 14-24 mm che ci porto montato sopra. mentre spiego, capisce che sono italiano e si mette a ridere, vuole che ci facciamo una foto insieme, per ricordo. non la faccio.
ordino souvlaki, tsatsiki, e annaffio tutto con un bicchiere di retsina. sono in un ristorante greco. buono. e pure la cameriera, nina, non è niente male. sembra una versione di barbie alta un metro e ottanta, con i capelli nero corvino però. penso che una così non può essere latino-americana, magari è greca. glie lo chiedo. mi dice che ha lontane origini siciliane, di palermo. quasi quasi a lei glie lo dico io che sono italiano, così magari mi sorride e poi vuole farsi una foto insieme ma poi non lo faccio.

vicino casa, sto andando a comprare i broccoli per le orecchiette, il primo vero piatto etnico che mangerò. c'è una chiesa che sembra del 1200 e che invece, con ogni probabilità, la settimana scorsa non l'avevano ancora messa in piedi. la porta è aperta e dentro stanno celebrando. credo sia cattolica ma non me ne frega proprio di approfondire, così giro i tacchi e me ne vado. sulle scale due vecchiette di almeno centotrenta anni ciascuna mi chiedono qualcosa che non capisco. faccio spallucce e vorrei tirare dritto ma loro insistono. sarà perché forse sono morte e non se ne sono accorte, sarà per il freddo glaciale che deve averle surgelate, ma biascicano le parole in una maniera tale che non riesco ad afferrarne nemmeno una. un po' smarrito, sto quasi per sfoderare la mia arma segreta, mo' dico che sono italiano, si fanno una risata pure loro, mi chiedono una foto, io le mando a cagare ed è tutto finito. ma una delle due mi anticipa e per la prima volta mi parla in un inglese comprensibile, anzi dovrei dire in inglese e basta, perché solo ora capisco che prima mi stavano parlando in arabo. dice che mi sta chiedendo da due ore se per caso nella chiesa cattolica di rito libanese dalla quale mi ha appena visto uscire stanno ancora celebrando messa o se è giá finita. vada tranquilla che la messa c'è ancora. si mette sotto braccio l'altra mummia e mentre affronta le scale mi borbotta che dovrei fare qualcosa con le mie origini, che almeno un pochino d'arabo dovrei studiarlo, altrimenti che libanese sono!
mi sembra di aver capito alcune cose: 1) tutti gli inservienti, i camerieri, i commessi sono ispanici, massimo massimo possono essere italiani, che fanno sempre ridere un po'. 2) tolte le comunicazioni di servizio strettamente necessarie, è consentito rivolgere la parola solo a quelli della tua stessa razza, massimo massimo agli italiani, che fanno sempre ridere un po'. 3) se sei italiano, ricorda sempre che il caffè da starbucks fa schifo. 4) è sempre meglio evitare le vecchiette libanesi per strada, per loro non sarai mai un simpatico italiano ma soltanto un libanese maleducato. 5) gli abitanti di new york sono quelli che abitano qui e basta. non è possibile trovare loro una definizione ulteriore. però a tutti loro indistintamente gli italiani fanno lo stesso ilare effetto, che non so se sia proprio un complimento. 6) anche qui i cinesi sono un discorso a parte.

venerdì 19 dicembre 2008

new york, prime impressioni...

ho la sensazione che tutto, ma proprio tutto intorno a me, dalle facce poco magre degli americans, alle sagome dei grattacieli del financial district, sia abbastanza più grande di quanto io riesca a contemplare.
così i pensieri, le sensazioni e persino la vista finiscono con lo smettere di funzionare oltre una certa distanza focale. per sapere cosa vi sia più avanti, cosa si veda più in alto, credo mi toccherà arrivarci.

sabato 29 novembre 2008

rivedere roma

sono andato a roma ed è stato come rincontrare un'amante che non vedevo da tempo. l'ho accarezzata con gli occhi e con gusto mentre, come al solito, se ne stava adagiata nella sua provinciale indolenza. in fondo credo proprio che ci vogliamo bene, io e lei.


giovedì 4 settembre 2008

ripetitività


a perpignan, al festival internazionale del fotogiornalismo Visa pour l'Image 2008. qui sono tutti ma proprio tutti tutti fotografi. io guardo guardo, tanto per mimetizzarmi e poi mi capita che quando esco dall'immersione mi sembra che, rispetto ai comuni mortali, sono diventato un pò fotografo anche io. ma solo poco poco, forse per osmosi. gurado le mostre e le proiezioni a decine e foto, foto ovunque e dapperttutto, anche nei bagni dei negozi. comunque sia, se invece della passione per la fotografia avessi avuto quella per le lingue straniere forse sarei riuscito a evitare di mangiare patate ogni singolo giorno. e non ho acora capito come si chiamano in francese.

martedì 26 agosto 2008

aracnofagia


mi giro. ho caldo, o forse freddo. le lenzuola sono ragnatele aggrovigliate ai polpacci, i piedi mi pulsano come se scoppiassero di sangue e la testa è un continuo tamburellare. la fronte suda e gli occhi si aprono e si chiudono di continuo, alla ricerca delle prime tracce del giorno. intanto mi schiaccia come in un bossolo la notte. mi mordo i denti con i denti e quasi mi slogo una spalla nel tentativo di trovare almeno una posizione che mi dia un po' di pace. ma non c'è niente da fare. il cuore mi pizzica forte, mi battono le tempie e le gambe tremano a tempo lungo il cammino dei sogni, che poi sogni non sono e nemmeno incubi. sono visioni, miraggi, demoni e fantasmi dai contorni violentemente confusi e dalle fauci spalancate e ululanti. ce l'hanno tutti con me, mi girano intorno, mi guardano dritto ma non so proprio perché. sono malato, sono ferito, sono avvelenato. c'è qualcosa che mi mangia dentro e mi contorce fino allo spasimo, fino alla luce dell'alba che ricaccia tutti i tritoni e le sirene nel loro mare.



sono finito alla notte della taranta, in salento. forse avrei dovuto saperlo che sarebbe andata così, che nella polvere dell'arena qualche ragno avrebbe punto anche me.
oppure è stata colpa della cena.


lunedì 28 luglio 2008

sospensione del dubbio

mi arrampico su uno spuntone di roccia bruciato dal sole. nelle narici i fortissimi odori del mediterraneo d'estate. mentuccia quasi secca, rosmarino, origano, terra ferruginosa, pietre scagliate e tracce del passaggio di qualche capra. questo posto non ha niente della presenza dell'uomo.

eppure il cartello dice, san severino di centola - borgo medievale XI secolo. mi sembra impossibile che qualcuno sia venuto a fare casa qui, tra falchetti e gazze. invece mi sbaglio e, dopo l'ennesimo improbabile risvolto di questo sentiero sdrucciolevole, mi sbatte in faccia la desolazione di un minuscolo paese abbandonato.

qualcuno, di recente, si è preso la briga di piantare dei bei cartelli con i nomi delle strade che non ci sono più, o forse non ci sono mai state. le quattro mura ancora in piedi, costruite una sull'altra, restituiscono un'idea di solitudine, quasi desertica.

eppure vedo con i miei occhi i resti di una grande chiesa, quelli di un palazzo signorile, un lungo vicolo circondato da dimore vuote. ancora, nelle botti lasciate in cantina, nei caminetti anneriti, nelle ante delle fiinestre per metà socchiuse, ancora in tutto questo si rintracciano i fantasmi dei vecchi abitanti e incredibilmente la sensazione è di trovarsi in un luogo affollato, solo momentaneamente a riposo.

questo posto è immobile, come un barattolo di conserve vuoto. l'alone del suo contenuto ancora a tratti lo fa sembrare vivo. in tale contrasto si annullano le emozioni e posso dire di essere stato davvero bene qui, perché non ho provato nulla.

mercoledì 2 luglio 2008

aspettare stanca

aspetto di uscire, perché qui fa caldo. aspetto che tutti siano pronti. aspetto di arrivare a destinazione, mentre cresce la fame. mi metto in fila per mangiare. attendo che tutti abbiano finito. resisto in attesa di tornare a casa. ci sono quasi... ma la notte romana è troppo confortevole... decido di fare due passi a piedi. i miei amici? mi aspetteranno.