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domenica 4 aprile 2010

il contrario di un simbolo

ma c'è chi muore nel dirti addio".


"dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre".


"con troppe lacrime piangi, maria,
solo l'immagine d'un'agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po' più forte,
chi non risorgerà più dalla morte".


"piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.

figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama - nostro signore -,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di paradiso.

per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.

non fossi stato figlio di dio
t'avrei ancora per figlio mio".


i simboli, per loro natura, sono tutti intrinsecamente spersonalizzanti. prima ancora di credere o meno, mi fa impressione che gli uomini possano essere in tal modo semplificati, fino a diventare il contrario di se stessi. meno male che ci sono quelli come de andré.

martedì 16 marzo 2010

lucidità

nei momenti complicati o intensi, in quelli dove si vive un po' più del solito, dicono sia un vantaggio per me il fatto di possedere lucidità.

i medici che operano, i soldati che sparano, i tribunali che giudicano, chissà per quante altre categorie umane valga questo assunto. il punto è che esistono persone per le quali è possibile sempre capire quale sia la cosa giusta o la più conveniente.

lucido però è quell'oggetto o superficie che riflette la luce, cioè che non si fa attraversare da essa. dunque, se le parole hanno un senso, sarebbe come dire che questa capacità di governare la realtà porti con sé, come controindicazione, una certa dose di distacco.

a questo punto, magari non sempre ma quando ne vale la pena, preferirei non essere lucido, andare un po' a cazzo e sperare che venga bene.

certo, dall'alto di una torre le foto vengono sicuramente più nitide ma non è detto che la cosa interessi poi tanto.

domenica 14 marzo 2010

giochi di società

quando vado ad un convegno, una presentazione o un vernissage, quando assisto ad una performance, un seminario o una lettura, subito mi sento come uno che fa finta di essere grande ma che invece grande non è. che l'argomento sia politico o culturale, che il libro o il quadro di turno siano ben fatti oppure del tutto velleitari, che i fiori sul tavolo dei relatori e gli stuzzichini al banco aperitivi siano freschi oppure di plastica, tutto ciò non influisce granché sullo straniamento che mi prende.


a dirla tutta, questa cosa qui mi fa un po' ridere.
non so se tale circostanza sia colpa della società, questa cattivona che pare ce l'abbia sempre con me e tutti i miei simili, oppure sia da imputarsi ai politici, noti cleptomani metereologici, capri buoni per tutte le stagioni, o magari dipenda dal passaggio del sole in saturno, ammesso che questo voglia dire qualcosa, fatto sta che, pur frequentando certi spazi e reputandoli utili a loro modo, per lo meno nel differenziare cosa sia ufficiale da cosa no, non mi riesce proprio di sentirmi coinvolto.


ho pensato per un pezzo di essere ancora troppo piccolo per certe cose, diciamo troppo fuori quota, illegittimo, disadattato al punto di non capirne la vitale necessità.
ora che il più delle volte a questi rituali mi sottopongo spontaneamente, che la maggioranza dei partecipanti è più o meno mia coetanea, e si vedono anche un discreto numero di più giovani, mi domando come mai continui a trovare così poco interessanti i giochi da grandi.

l'unica spiegazione plausibile è che, indipendentemente dall'età anagrafica, si possa trattare di una qualche particolare conformazione del cervello, di cui con tutta evidenza devo essere privo.

chissà che non la si possa documentare fotograficamente.

giovedì 25 febbraio 2010

niente da dichiarare

volevo mettere questa foto perché mi piace, è semplice, a farla non c'è voluto nulla, nessuno sforzo creativo, solo ho alzato il muso e ho chiuso l'otturatore come una palpebra magica.

è probabilmente per tale circostanza che non riesco ad agganciarci nulla di ragionato. perché dietro non c'è nulla.

giovedì 7 gennaio 2010

la fregatura della solitudine

dicono che quando si scatta si sia soli. allora, se faccio foto, deve essere perché mi piace stare solo. deve essere perché in questo straniamento, nel quale a piacere si decide cosa sia degno di essere raffigurato e cosa no, mi ci trovo bene, ci sguazzo. starsene a guardare la realtà degli altri, fottersene del loro giudizio e della loro opinione ma mirare solo all'essenza, anzi all'evidenza del contesto, tutto questo è, deve essere da individualisti. la solitudine deve piacermi davvero. tanto che se passo il tempo a intrecciare brandelli di comunicazione per immagini, se tengo un blog dove spiegare quello che vedo, non ci si illuda che possa trattarsi di una qualche forma di necessità di contatto con gli altri, no, deve essere più per una manifestazione di egocentrismo invece.
certo, se ammettessi che stare solo mi fa paura e che, in realtà, la fotografia, la scrittura, sono probabilmente un modo per esorcizzare tale paura, per rendere accettabile quell'odiosa condizione in cui mi capita di essere, che non è magnifica solitudine, ma piuttosto insulso isolamento, se dicessi una cosa del genere, tutto quanto ho scritto sopra si capovolgerebbe all'improvviso, facendo di me una sorta di filantropo, magari solo un po' autoreferenziale.
ecco, è proprio per evitare tali implacabili controindicazioni che sarebbe meglio prediligere sempre le foto di gruppo.

martedì 29 dicembre 2009

come se avessi fatto

insomma si avvicina la fine del 2009. sarebbe tempo di consuntivi, così almeno mi sembra di capire facciano un sacco di persone. si valuta il buono ed il cattivo che è capitato e poi si dice scaramanticamente, il mio è stato un anno di merda, il prossimo andrà meglio. come se tra un giovedì 31 dicembre 2009 qualsiasi ed il conseguente venerdì 1 gennaio 2010 davvero cambiasse qualcosa. lo so, faccio lo snob distaccato dicendo così, e va a finire che poi lo sono davvero, distaccato, poco incline a queste cazzate, con la puzza sotto il naso, alla fine il solito asociale. ma che posso farci, se passare dal 2009 al 2010 per me vuol dire essenzialmente solo avere un problema in più, quando scrivo le date e mi devo ricordare un anno diverso?
eppure lo sforzo di non starmene sempre per fatti miei e di fingere di condividere queste usanze da idioti, cui tutti ci uniformiamo, lo voglio fare pure io, quest'anno sì, anche io festeggerò il capodanno, andrò al cenone con gli amici, mangerò le lenticchie, brinderò al nuovo arrivato, butterò le cose vecchie e griderò ilare, ma credendoci sul serio, annonuovovitanuova, lo dirò tutto d'un fiato e magari lo farò spizzando il culo di quella del tavolo affianco, chissà che, se le lenticchie portano soldi, questo genere di osservazioni non porti un po' di becero qualunquismo nella mia altrimenti piatta e asettica esistenza?

in tutto questo, a parte mattia che se lo domanda sempre, qualcuno per caso si è chiesto cosa c'entrino le tre foto che sono qui, tra loro e con il post che accompagnano?
è semplicissimo. nulla di nulla. solo le avevo selezionate per il blog nei mesi scorsi e poi non le ho usate più. ognuna di loro meritava un post specifico, che però non mi è venuto di scrivere. il tempo è passato e loro sono rimaste in un cassetto virtuale della mia scrivania telematica a prendere polvere digitale.
la prima mi ricorda tantissimo una persona per la quale avrei voluto scrivere ancora. il fatto è che avere dei corrispondenti è una sorta di vizio che prima o poi bisogna cercare di togliersi.
la seconda è la tomba di uno sconosciuto che, per una serie di considerazioni che avrei voluto approfondire, mi è stato rispettosamente simpatico fin da subito.
la terza è l'immagine di una contorsione, soprattutto mentale, che non ha voluto saperne di tradursi in parola scritta, nonostante i miei ripetuti sforzi.
ed io le metto tutte qui, così l'anno nuovo lo comincio buttando via nel calderone le cose vecchie e promettendomi solo nuovi vizi. in tal modo forse mi sentirò meno snob anche se, permettetemi, ugualmente idiota.

giovedì 17 dicembre 2009

shift

i miei ricordi, per quanto mi sia capitato di capirne, non sono mai nitidi e precisi. qualcosa al loro interno è sfuggente, in un certo senso ancora in movimento.
forse l'espressione "fissare i ricordi" nasce proprio da questa esigenza di bloccare in un solo posto quello che per natura continuerebbe a dibattersi. tra fantasia e sogno.
e così mi sento io.

giovedì 26 novembre 2009

i pinnoli

ogni tanto qualcuno mi sogna. ed io muoio. ma lo sai che ti ho sognato ieri notte?, mi dicono, ma lo sai che di solito sogno sempre gente sconosciuta e questa è una delle rare volte in cui sogno qualcuno che conosco e sei proprio tu?, ah sì?, bello, mi fa piacere, e che cosa hai sognato?, che volavamo?, hai per caso sognato, se sei una ragazza, anzi, se sei una ragazza splendida, che facevamo l’amore per un tempo indefinito ed era bellissimo? o forse hai sognato che comparivo in un momento di pericolo e ti salvavo la vita?, no perché se proprio mi devo scomodare, se proprio devo comparire nei sogni di qualcuno, io che non mi prendo la briga di comparire quasi nemmeno nei miei, se succede, almeno deve essere per un motivo serio. in effetti, mi dicono, non è proprio come pensi tu, ah, e come è?, ho sognato che morivi. ecco, e ti pareva che non ne doveva capitare un’altra che mi faceva morire?, io proprio non lo so perché ma tutte le ragazze che conosco, prima o poi, sognano che io muoio. vabbe’, forse sto un po’ esagerando, non proprio tutte, nemmeno molte, in effetti non sono neanche solo le ragazze a sognare questa cosa qui che muoio, praticamente la mia morte in sogno è una cosa abbastanza trasversale.

ricordo di essere morto nei sogni di almeno metà delle mie ex-fidanzate, di solito quando ancora stavamo insieme - e non so se sia meglio o peggio -, amici ed amiche mi hanno visto perire almeno in una decina di circostanze, per non parlare poi di fratello e sorella, che mi avranno fatto fuori, nel corso degli anni, più o meno tre o quattro volte a testa. naturalmente si tratta quasi sempre di morti violente, con una predilezione per le ammazzatine con dettagli cruenti.

a un certo punto ho cercato di tenere una statistica, tanto per capire se c’era un’evoluzione nel corso degli anni o se fosse possibile imputarla a qualcosa di particolare. su un totale di 25 morti censite, almeno che io sappia, circa il 60% sono roba da macellai, un altro 16% sono comunque violente ma senza spargimento di sangue, tipo ammazzato a bastonate o divorato da uno squalo che mi ha ingoiato in un solo boccone - questo si capisce che è roba di quando mio fratello c’aveva 9 o 10 anni, troppo irrealistico -, poi c’è un 8% di morti accidentali, in cui però faccio comunque sempre la fine del coglione, tipo mentre sono nel paese dei balocchi, scivolo sulla glassa e muoio battendo la testa su una pietra di cioccolato fondente - sic! -. infine c’è un 8% di morti non meglio precisate, praticamente quelle situazioni in cui, a un certo punto nel sogno, si sa che io ero morto, che io mi chiedo ma perché tocca proprio a me? boh. resta fuori un 4% di morti uniche e singolari, che forse potrebbero rientrare in qualcuna delle categorie di cui sopra ma preferisco tenerle fuori, perché un po’ infondo mi piacciono.

in effetti, ad essere sinceri, il 4% di 25 sogni è 1 sogno solo ed io ci sono affezionato davvero. in pratica c’era questo mio amico che stava sognando di essere stato catturato dai vietcong in piena giungla pluviale. i musiggialli lo volevano torturare per fargli dire dove stavano gli americani, ma lui non lo sapeva, dove stavano, perché lui è di catania. quelli però non gli volevano credere e gli dicevano, allola che cosa ci fai in vietnam se non sei amelicano? e lui glie lo spiegava, guardate che io sto sognando a casa mia, qui ci sono finito per caso, ma loro niente, toltula, toltula, continuavano a dire. e già preparavano le tenaglie per strappargli le unghie, quando da mezzo alla giungla compaio io, vestito normale, pure un po’ pesante per stare nella giungla, infatti sto tutto sudato, dice che arrivo e comincio a gridare che non c’è problema, che lì penso a tutto io, che a lui lo possono lasciare andare, i mangiariso, tanto ora sono arrivato io e… possono torturare me! il mio amico stupito e commosso mi ringrazia e, senza fare troppe domande, mi lascia agli occhiammandorla. ed io questa morte qui me la ricordo sempre con piacere, perché almeno, per una volta, ci sono andato vicino a quel sogno in cui io salvo la vita di qualcuno!

una volta glie l’ho chiesto anche allo psicanalista, raffae’, gli ho detto, ma perché tutti si sognano che io muoio?, e lui mi ha guardato bene bene, con quel suo fare da psicanalista, che, lo sapete come fanno, no? ti guardano che non si capisce mai se ti stanno leggendo dentro o se stanno pensando alla spesa che devono fare quando finisce la tua ora, ai colloqui a scuola di quella cacacazzi della figlia porca miseria ha preso tutto da sua madre, o magari all’amante che certo è bona però è un poco carestosa. insomma raffaele mi ha fissato per un po’ e poi mi ha detto, lui’, ma te li stai pigliando i pinnoli?

domenica 15 novembre 2009

acutezza visiva

l'acutezza visiva è una delle nostre principali abilità visive. di solito la si definisce come la capacità dell'occhio di risolvere e percepire i dettagli di un oggetto.

il tutto sta a capire di quali oggetti cogliere i dettagli e di quali no...

sabato 24 ottobre 2009

il contrario di un incubo

quando uno dorme, dicono che sogni.

io personalmente questa cosa qui non me la ricordo quasi mai. i sogni sono quelle storie un po' strane, un po' poetiche che, sembra, tutti facciamo nella nostra testa, non sempre e non solo quando dormiamo, e di cui il più delle volte siamo protagonisti, ognuno nei propri almeno.

il fatto è che, siccome io i sogni non me li ricordo oppure, se mi capita che li ricordo, dura poco e poi me li scordo, allora, da quando ero bambino, mi ricordo i sogni degli altri. certo mica tutti quelli che mi raccontano, diciamo gli ultimi dieci e, mano a mano che me ne raccontano di nuovi, spariscono dalla memoria i primi della lista. è una cosa strana, lo so, ma uno per tutta la vita cresce sentendo dire che bisogna avere dei sogni, bisogna avere dei soldi, siccome i soldi ce li possono avere solo i ricchi, allora è meglio continuare a pensare che bisogna avere dei sogni. in conclusione se non ce li hai sti sogni, proprio come me, finisce che diventi complessato. è per questo che ho pensato che è meglio avere sempre sotto mano un certo numero di sogni degli altri, piuttosto che rischiare di rimanere senza.

certo mica i sogni sono tutti uguali. ce ne sono anche di brutti. uno dei vantaggi di ricordarsi i sogni degli altri è sicuramente quello di avere la possibilità di scegliere quali ti vuoi ricordare e quali no. se uno viene da me e mi dice, ho fatto un brutto sogno, oppure se è meno contenuto nei modi, maro' e che brutto sogno che ho avuto stanotte, io me lo scordo subito, anzi non faccio neanche attenzione quando me lo racconta. perché i brutti sogni, si sa, non fanno dormire la notte.

la fregatura è quando ti raccontano un sogno che è bello, molto bello, così bello che non ti fa dormire la notte. certo sono rari questi sogni qui, basti pensare che mentre a quelli brutti brutti brutti abbiamo dato il nome di incubi, per quelli belli belli belli, che io sappia, un nome non c'è.
mi è capitato di recente un sogno bello bello bello che non fa dormire la notte. me lo ha raccontato un mio amico, ovviamente, e siccome era bello io me lo sono memorizzato e adesso non ci dormo la notte. e pensare che a prima vista non sembrava niente di che. dice il mio amico, nel sogno a un certo punto tu sei andato da una parte che non ti ricordi, cioè nel suo sogno ci è andato lui ma siccome poi io l'ho memorizzato è un po' come se ci fossi andato pure io, per fare qualcosa che non sai bene. il fatto è che nei sogni belli che ti fanno svegliare la notte di solito non ti ricordi quasi mai niente, tranne che a un certo punto c'è una ragazza. e tu non lo sai bene perché ma il fatto che questa ragazza, che di solito non ti guarda nemmeno, nel sogno ti rivolge la parola, già ti sembra bello. e ci stai camminando insieme e lei a un certo punto, scherzando ti fa anche un complimento. lei che di solito è così chiusa, nel sogno bello che ti fa svegliare la notte, è un po' più chiacchierona e con te ci scherza pure. e tu pensi allora che questo sogno bello in realtà è bello bello. poi nel sogno che ti fa svegliare la notte, vatti a ricordare perché, tu ti fermi per fare qualcosa e la ragazza che di solito non ti calcola, non ti parla e non ti considera e che invece nel sogno che ti fa svegliare è tutta il contrario si avvicina alle tue spalle e...

ecco, normalmente a questo punto lei si trasforma in un enorme orso bruno o un golem di carne putrida o in un serpentone con le zampe, praticamente un coccodrillo, che ti maciulla le carni tra le tue grida strazianti e tu ti svegli perché hai avuto un incubo. ma questo non è un sogno brutto che ti sveglia, questo è un sogno bello che ti sveglia e quindi succede che lei, che nella realtà non ti caca proprio, e per questo alla fine ti sta pure un po' sul cazzo, proprio lei viene e ti posa il mento su una spalla e le sue mani sfiorano le tue e sei assolutamente certo che non è stata una cosa casuale, anche perché lei nell'orecchio ti dice, guarda che non è una cosa casuale, e il cavolo di sogno che fino ad allora era bello bello, sembra così vero che diventa bello bello bello. e ti svegli.

considerazioni finali: 1. quando qualcuno ti si avvicina alle spalle in un sogno, non importa se bello o brutto, stai sicuro che hai finito di dormire; 2. non ti fidare degli amici che ti raccontano i loro sogni belli belli belli, cercano solo di far smettere di dormire anche te; 3. la prossima volta che vedi la ragazza dei sogni del tuo amico, mandala a cacare, non fa niente se lei non capirà, tu intanto ci avrai recuperato il sonno.

lunedì 7 settembre 2009

il dono dell'obliquità

lecce. due passi in centro. la città bianca, nemmeno tanto affollata, si apre fresca. non è la prima volta che ci vengo ma giro distratto, col naso in su tra i vicoli, sbattendo addosso agli altri passanti. faccio come le palline del flipper, scelgo una traiettoria, tiro dritto finché non incontro un ostacolo, ci rimbalzo contro, chiedo scusa imbarazzato e mi rimetto su una nuova traiettoria.
in verità non me ne frega niente della pietra leccese, delle facciate di chiese e palazzi, della mancanza di ortogonalità (non sono neanche sicuro di sapere cosa voglia dire...). mi ingrippa l'idea di poter fare foto a colori, senza colori. cerco quei posti dove luci e ombre si mescolano bene, senza pensare a molto altro, ammatondandomi un po' nel frattempo.

dopo due ore di sponde, mi metto seduto sulle gradinate di sant'irene e mi prendo un po' di minuti per respirare. accanto a me si sistema un omino singolare. è vecchio, direi molto vecchio, sarà alto un metro e mezzo, le gambe sono due stecchi ricoperti da una pelle non più elastica da tempo. indossa un paio di pantaloncini cachi da esploratore d'altri tempi e una camicia bianca misto cotone e acrilico, di quelle comprate al mercato dai cinesi. è quasi completamente calvo, l'abbronzatura eccessiva della pelata è scomposta in un puzzle di tessere, separate da profondi solchi color carne viva, le tracce di una scottatura trascurata. porta dei grossi occhiali quadrati fumé dalla montatura metallica dorata e in mano stringe una di quelle macchinette fotografiche di cartone usa e getta. la tiene con una mano sola, lontana dal viso, come fosse una di quelle compatte digitali che imperversano ovunque. è strano. si gira intorno con uno sguardo indagatore, le sopracciglia bianche e pelosissime, accartocciate sull'attaccatura del naso come un ventaglio semichiuso e quando nota qualcosa che lo colpisca, chissà mai perché, raddrizza il braccio, punta la macchina fotografica e poi fa una cosa insensata, piega la testa da un lato, il più possibile, segue con la macchinetta il movimento del collo e poi scatta tutto storto, senza neanche guardare davvero dentro l'obiettivo.

è la terza volta che lo incrocio. l'ho già visto al duomo e a sant'oronzo e tutte le volte se ne è stato lì a fare la stessa cosa, scegliere dei particolari in base a criteri tutti suoi e poi riprenderli belli storti. stavolta mi sta così vicino che quando lo vedo puntare la macchina per l'ennesima volta, butto un po' indietro la schiena e distrattamente mi piego per trovarmi più o meno alle sue spalle e poter seguire con attenzione tutta l'operazione. sbircio la linea del suo braccio fino alla macchina e guardo dritto in faccia un pezzo della balaustra del balcone che sta puntando, poi, quando piega testa e macchina, faccio lo stesso e quasi assecondo con un piccolo scatto muscolare del collo il click della foto. una volta terminata tutta l'operazione e giratosi, l'omino strano mi trova ancora tutto inarcato alle sue spalle e mi guarda come se il matto fossi io (in effetti anche svariate decine di turisti di passaggio fanno la stessa cosa...). e mo' che mi ha beccato così, non posso certo fare finta di niente, qualche cosa glie la devo pure dire, prima che pensi che gli volevo scippare la macchinetta!
scusate- il voi dalle parti mie con gli anziani è segno di rispetto - stavo guardando cosa riprendevate. vi posso chiedere perché fate le foto tutte storte, il vecchio si sistema meglio sul gradino e si mette a ricaricare la rotella della macchinetta, mentre mi sorride sornione.
vedi, io sono di lecce e siccome non ce li ho i soldi per andarmi a fare le vacanze da un'altra parte, allora me le faccio qui.
sì vabbe' ma questo non mi spiega perché fate le foto con la macchinetta storta, mi fissa per una frazione di secondo, cala lo sguardo alla macchinetta un'altra volta, poi mi guarda in faccia di nuovo, come se stesse per svelarmi chissà quale grande segreto.
il fatto è che io queste pietre le conosco a memoria, tutte. e allora le foto le scatto diverse, perché così mi sembrano dei posti nuovi.
un paio d'ore più tardi, davanti a una cedrata con granita di limone, mi capita di pensare che sì, quel vecchio bislacco mi ha davvero svelato un grande segreto... per fare in modo che la realtà, la propria realtà sia sempre nuova, alle volte può bastare di storcere un po' lo sguardo.
in alternativa, si può sempre venire a lecce.

giovedì 27 agosto 2009

l'ombra del ritrattista

è credenza comune, quanto fuorviante, che il ritratto sia la rappresentazione di una persona secondo le sue reali fattezze. in effetti non è mai così. si può dire anzi, che nella produzione di un ritratto entri in gioco, per definizione, la sensibilità del ritrattista, che interpreta la realtà secondo il gusto suo e del suo tempo e secondo il punto di vista che sceglie per raccontare il soggetto rappresentato.

quanto viene fuori da un ritratto è dunque simile alle ombre in fondo alla caverna di platone, piuttosto che ai pupazzi che ne costituiscono la fonte.

anche qui però viene da fare una distinzione: l'ombra resta comunque una sorta di riproduzione meccanicistica del soggetto, mentre nel ritratto è evidente una manifestazione di volontà del demiurgo. quello che fa il ritrattista, cioè, è qualcosa di simile a come molti esseri umani immaginano l'operato di dio.

è dunque per megalomani motivi di amor proprio che preferisco rimanere il più possibile dietro ad una macchina da presa, per fare luce (o forse sarebbe più coerente dire ombra) su quanto mi sta intorno, piuttosto che avere una parte nel teatrino della sua rappresentazione.

lunedì 27 luglio 2009

memoria di forma

oggi mi sono chiesto, come in un lampo, cosa sia quello strano difetto, che credo tutti abbiano (io di sicuro sì), di accartocciarsi su se stessi, ammaccati dai casi della vita, contratti, contorti, adatti, concavi di fronte alle convessità.

tutti portiamo i segni del passaggio attraverso le emozioni, fino a perdere completamente il senso della sagoma originaria. ogni giorno, ogni sguardo, ogni suggestione mi chiedo come sarebbe potuto essere, se fossi stato ancora dritto e nuovo, ancora pronto a tutto.

stasera davvero ho pensato con invidia a quei metalli capaci di conservare la cosiddetta "memoria di forma", in grado cioè, anche una volta del tutto stravolti, di recuperare una forma originale, di trasformarsi di nuovo in quello che erano.

se avessi una tale capacità ne abuserei oltre ogni limite, per evitare di riidurmi ad un complicatissimo meandro di cicatrici.

domenica 19 luglio 2009

menta

si dice che le foto non possano mentire mai. si dice anche che delle foto non ci si possa mai fidare fino in fondo. il fatto è che negli scatti si trova quello che si mette, sia menzogna o verità.

la bugie hanno le gambe corte, il naso lungo e gli occhi storti. insomma, le bugie sono dei cessi!
la verità invece è sempre brava, buona e bella. sarà vero?

ho voluto fare un esperimento... avevo pensato di dire sempre la verità per un giorno intero, così, per vedere se la mia vita si aggraziasse un po', ma ho letto da qualche parte che qualcuno ha già tentato questa strada e con risultati deprimenti.

allora mi sono detto che forse era il caso di provare il contrario, cioè non dire la verità, neanche una sola volta dall'alba al tramonto. il mondo intorno a me sarebbe stato più cupo?

ad esperimento compiuto, posso dire di non aver notato la differenza. ne deduco che o la verità è sopravvalutata o a me piacciono le bruttine.

venerdì 3 luglio 2009

fondo oculare

il controllo del fondo oculare è un esame clinico. serve per valutare lo stato di salute della retina e si effettua dopo aver dilatato la pupilla mediante instillazione di speciali colliri.
in pratica tutto quello che è a più di un palmo dal naso si sfoca irrimediabilmente.
non solo... l'esame si esegue in ambiente scarsamente illuminato, mediante un oftalmoscopio. grazie alle sue lenti, lo specialista può osservare così la retina alla luce riflessa.

è meravigliosa questa medicina che è anche un po' fotografia. dove per vedere a fondo è necessario smettere di guardare.

martedì 2 giugno 2009

lucciole


La Luna piena minchionò la Lucciola:

- Sarà l'effetto de l'economia,
ma quel lume che porti è debboluccio...

- Sì, - disse quella - ma la luce è mia!

(Trilussa)

giovedì 7 maggio 2009

contributo alla statistica

la statistica è una materia interessante ma impersonale e spersonalizzante. la sua rigida probabilità restituisce immagini di uomini come fossero ombre sul fondo di una piazza.

ci vuole molta attenzione ai particolari per trovare un senso poetico attraverso i righi o i quadretti di un foglio.


"su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri
- cinquatadue;

insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
- ben quarantanove;

buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
- quattro, be', forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;

dotati per la felicità
- al massimo poco più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro più della metà;

crudeli,
se costretti dalle circostanze
- è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli con il senno di poi
- non molti di più
di quelli con il senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
- trenta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatré
prima o poi;

degni di compassione
- novantanove;

mortali
- cento su cento.
numero finora invariato."


-wyslava szymborska-

martedì 10 marzo 2009

nature e venature

amo i gesti imprecisi
uno che inciampa, l'altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre.
mi stanno a cuore
perché vedo il loro tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
l'oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
dentro qualcosa balla.

questa poesia di valerio magrelli è un po' quello che mi piacerebbe saper fermare in fotografia. anche, è un po' quello che mi affascina delle persone. chi non sa bene cosa, chi ha molto da farsi perdonare, chi ha i propri segreti, sono loro che mi scaldano sempre.

sabato 31 gennaio 2009

giovedì 22 gennaio 2009

la scurità

mi viene narcisisticamente da domandarmi, se la capacità di dialogo o meno tra le persone sia in essenza un fatto di luce.

dopotutto, se al buio ci si sente soli, è ragionevole supporre che con atmosfere soffuse si abbia ancora poca voglia di comunicare.

quindi il miglior modo di entrare in contatto con gli altri sarebbe quando ci si vede per bene.

eppure quasi tutti si vergognano di fare l'amore alla luce. e se non è comunicazione quella...