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sabato 19 giugno 2010

una terra chiamata saramago

questa notte ho fatto un sogno. sì, proprio io che non sogno mai, stanotte l'ho fatto. non è successo mentre dormivo e nemmeno mentre ero sveglio, è capitato da un'altra parte, in un paese straniero. un posto dove le cose avvengono solo con una parvenza di realtà, come le ombre riflesse in una caverna, che uno le crede vere se non ha mai visto altro.

lì, nessuno mi conosceva, ovviamente, ed io non conoscevo nessuno. sono passato ovunque del tutto inosservato. è lì che ho capito di essere di un altro posto, io, perché alla fine avrei voluto ringraziare tutti. grazie a quello che mi ha tagliato la strada con la macchina, che neanche si è accorto di me sulle strisce, grazie alla cassiera del supermercato, dove ho comprato qualcosa, che non mi ha salutato con le solite frasi di circostanza, in effetti non mi ha salutato affatto, non ha neanche alzato gli occhi dal cassettino delle monete, grazie ai passanti che mi sono rimbalzati addosso lungo le strade affollate e persino ai poliziotti che mi hanno cercato i documenti, perquisito, arrestato e poi rilasciato per insufficienza di prove e però non mi hanno chiesto né dato spiegazioni. io me lo sarei domandato, senti ma come mai tu non sei tutto nero come noi, una cosa così io avrei voluto saperla. loro invece no.

mi viene di ringraziarvi tutti, grazie, perché non siete gli altri, quelli a cui tengo, quelli che tengono a me, quelli che mi incastrano con le responsabilità, le decisioni, l'amore, le mamme, i figli, le mogli, le amanti, i cani e i gatti, i colleghi, gli amici. niente di tutto questo. grazie, perché posso non ascoltare le vostre ragioni, perché non provo compassione per voi, perché non condivido le vostre sorti, perché non influenzate la mia, grazie perché non siete costruttori di legami, non per me.

certo, quando è arrivata la mattina e il bianco e nero si è sfumato nel solito mondo di colori, ho pensato che non fosse il caso di indugiare oltre su tali argomenti, perché di sicuro tengo famiglia, perché ultimamente forse pure il lavoro, perché non si sa mai l'amore, perché ho preso degli impegni, per fortuna non ho cani e gatti ma non si può mai dire. insomma a tutti questi pensieri qui io, dopotutto, gli voglio bene. è per questo che faccio l'ipocrita e mi sa che non glie lo dico che nel profondo li odio anche un po'.

sabato 17 aprile 2010

martedì 16 marzo 2010

lucidità

nei momenti complicati o intensi, in quelli dove si vive un po' più del solito, dicono sia un vantaggio per me il fatto di possedere lucidità.

i medici che operano, i soldati che sparano, i tribunali che giudicano, chissà per quante altre categorie umane valga questo assunto. il punto è che esistono persone per le quali è possibile sempre capire quale sia la cosa giusta o la più conveniente.

lucido però è quell'oggetto o superficie che riflette la luce, cioè che non si fa attraversare da essa. dunque, se le parole hanno un senso, sarebbe come dire che questa capacità di governare la realtà porti con sé, come controindicazione, una certa dose di distacco.

a questo punto, magari non sempre ma quando ne vale la pena, preferirei non essere lucido, andare un po' a cazzo e sperare che venga bene.

certo, dall'alto di una torre le foto vengono sicuramente più nitide ma non è detto che la cosa interessi poi tanto.

martedì 11 agosto 2009

estate

nel posto dove vorrei andare in vacanza le turiste non prendono il sole, i telefoni non prendono la linea, i poliziotti non prendono i clandestini...

lì la lotteria non c'è bisogno di andarla a giocare, tutti sono iscritti in automatico e funziona al contrario: vincono tutti, tranne uno. ma poi i vincitori si impietosiscono e fanno a mezzi con il perdente.

nel posto dove vorrei andare in vacanza si lasciano le cose inutili in camera, la mattina prima di andare al mare. non ci si scotta, non ci si scuoce, non si spizza, non si va veloce. naturalmente chi vuole può correre in spiaggia ma deve farlo molto molto lentamente, per non disturbare la risacca.

si può comprare quelle belle ampolle per i pesci rossi, da potersele mettere in testa per fare i palombari. e non fa niente se sono un po' strette e si sta con la faccia tutta spiaccicata, perché il panorama, quando è così umido come sotto al mare, per forza deve essere suggestivo.

nel posto dove vorrei andare in vacanza, la radio e la tv e persino il computer, parlano un'altra lingua e siccome uno non li capisce, smette di usarli.
nel posto dove vorrei andare in vacanza anche il cuore parla un'altra lingua e siccome uno non lo capisce...

lunedì 3 agosto 2009

il sale ed il miele

il sale sul cibo serve a dare sostanza. il miele sul cibo non serve... per questo è squisito.
il sale sulle ferite brucia. il miele sulle ferite riposa.
il sale scioglie, il miele appiccica. il sale conserva, il miele corrompe. il sale ravviva, il miele addormenta. il sale può venire dal mare o dalla terra, dalle saline o dalle miniere. il miele viene dalle arnie e dai favi ma soprattutto viene da tutte le essenze della natura.

il sale lo leggi in hemingway, pavese, camus, vázquez montalbán, lo ascolti in beethoven, tom waits, nei tenores sardi.
il miele sta nei versi di baudelaire e di apollinaire, tra le pagine di wilde, di maalouf, di garcía márquez, nelle opere di botero, nelle foto di abbas e di cartier-bresson.

sembrano drasticamente, irrimediabilmente distanti, il sale ed il miele. eppure tra questi elementi, in certe singolari circostanze, si instaura una sorta di proprietà transitiva.

ad esempio ritrovarsi immobili, come una statua di sale, perché distrattamente ci ha travolto l'emozione di pensare al miele di una certa ape, soltanto desiderata.

colpa dell'estate.

giovedì 30 luglio 2009

il gusto dei particolari

per la prima volta (e credo anche l'ultima... troppe cose da fare, troppo stress) ho portato la macchina fotografica ad un evento del FAI.

avrei dovuto documentare l'andamento della serata ma, come è evidente da questi scatti, l'unica cosa che sono riuscito a fare è stata fermare piccoli ritagli che mi hanno colpito.

sono scomposti, piegati, sfocati come quando si hanno gli occhi pieni di fumo. mi piacciono.

insomma, come al solito, più che foto di quello che accade intorno, sono istantanee di quanto succede dentro.

mi viene da chiedermi se le mie foto siano l'impressione di un particolare o l'espressione di un chiodo fisso... ma forse non fa molta differenza.

sabato 13 giugno 2009

il bianco e il nero

ieri la notte è stata nera. alle volte, quando ne vale la pena, è blu ma ieri no. nera. di dormire manco a parlarne. ho passato tutto il tempo a sentirmi ronzare figure sfocate in mente. per quanto ci abbia provato, non sono riuscito ad isolare nessun contorno. solo sensazioni.

sono stato a camminare, cercando i lampioni rotti, in modo da non essere troppo disturbato dal venerdì sera di paese. alla fine l'unica cosa che mi abbia colpito è stata la granita al limone che ho preso per sembrare un po' meno losco. la granita al limone è bianca. non lo so perché. il limone è giallo ma la granita al limone è bianca.

quando ho rimesso piede a casa, questo contrasto di bianco e nero ha fatto riemergere un non meglio precisato fantasma muliebre ad infestarmi il sonno. è stato allora che ho smesso del tutto di pensare al letto. dovrei ormai avere imparato a tenere da parte qualche buona lettura per casi simili ma non è così.

a queste condizioni, qualcuno ha da consigliarmi libri che siano meglio di fissare il soffitto?

venerdì 22 maggio 2009

co/incidenze


in matematica il termine coincidenza è utilizzato quando due espressioni mostrano una somiglianza che non è spiegata da teoremi.

oggi è 22 maggio e, per motivi che non so dire, in un vicolo di sant'agata dei goti, da solo, in cerca di luce, l'angolo di incidenza del sole su un muro mi ha fatto alzare lo sguardo, proprio in un determinato posto, in uno specifico momento. e le mie turbolenze interne si sono sovrapposte con precisione all'immagine esterna. allora ho solo scattato. adesso è con una certa sorpresa che noto la coincidenza. e non ci provo neanche a spiegarla con teoremi.

domenica 17 maggio 2009

un peso sulla spalla

ci vado? non ci vado? sì, mi va di andarci. quindi ci vado.

il posto non lo conosco. è uno di quei paesi dove sarò passato centinaia di volte, senza essermici fermato mai veramente. guardo le case e lo spazio tra di loro davvero come se fosse la prima volta. la forma dei vicoli, delle piazze, la dimensione dei palazzi, le loro cadenti decorazioni in stucco mi danno la sensazione di un luogo che porta il peso di una certa importanza, ormai passata. è un po' come sarebbe trovarsi nella dimora di qualche vecchio nobile decaduto. l'aria sa di polvere.

lasciata l'auto m'incammino lungo una strada dritta e in salita. non ho fatto neanche dieci passi che incontro il primo bar. mi ci fiondo subito dentro. un martini, con ghiaccio o senza, senza grazie. la signora del bar sembra la mia vicina di casa di quando ero piccolo. se non fossimo nel bel mezzo del cemento di un paese, giurerei che dietro il bar c'ha un orticello che ha lasciato di zappettare apposta per venire a servire me. e nemmeno troppo volentieri. non devo stargli troppo simpatico con il mio orecchino, la macchina fotografica alla spalla, l'aria smagrita di uno di città attento, nel suo piccolo, a come si presenta. cazzo, a vedermi con i suoi occhi, così fuori contesto in questo bar, non sto simpatico neanche a me. quasi mi scuso quando mi faccio servire un secondo martini. poi, quando le chiedo come si arriva nel posto in cui sono diretto, lei si rilassa e dopo un po' mi sorride pure. butto giù, ringrazio, pago, due euri e quaranta per due martini, e me ne vado verso dove mi ha detto lei. lungo il tragitto incontro altri quattro baretti e tutti hanno l'aspetto di essere indecenti come il primo. non voglio arrivare sobrio, dove sto andando, ma mica posso fare tappa da tutti, quindi alterno, uno sì e uno no. quando arrivo al concerto, un po' barcollo, un po' sono rilassato. la serata si svolge all'interno di un bel chiostro, che proprio chiostro non è. si tratta più della corte interna di un palazzo vecchio almeno di qualche secolo, con tanto di porticato tutto intorno e un bel pozzo nel mezzo. ma se qui lo chiamano chiostro, chi sono io per dire altrimenti. il paese è del paesano, si sa.

le facciate interne, che abbracciano il palco dove intanto la musica è già cominciata, una volta erano ricoperte di stucchi. niente di trascendentale, doveva trattarsi di un motivo a conrici e losanghe. ora non c'è più e la muratura rimane vividamente a vista. questo effetto diruto mi piace. penso si tratti più di un repentino prosciugamento dei fondi per la ristrutturazione che di una consapevole scelta del progettista ma poco importa. tanto per me va bene così.

sono venuto qui per assistere ad un concerto e fare qualche foto. veramente sarebbe un po' più complicato di così. ecco, sono venuto per scattare foto mentre ascolto il concerto, in pratica per lasciare che le melodie ed i ritmi che sento e le luci ed i corpi che vedo si trasformino in qualche modo in immagini. la mia versione delle cose, anche se di solito la capisco solo dopo, quando rivedo quello che ne è uscito. stasera vorrei fare tutto questo. vorrei. ma a metà del concerto sono ancora fermo a due o tre scatti preliminari. il fatto è che le musiche, la cantante, una ragazza sottile e carina, a cui i capelli corti e le movenze un po' a scatti mascherano una voce complessa, che non ti aspetti, le composizioni che mi si formano in testa, osservando e sentendo, non sono proprio fatte per essere riprese, non da dove mi trovo, non con questa distanza. mi dovrei avvicinare, dovrei salire sul palco e girare tra i musicisti, seguire i loro sguardi, quando si agganciano per darsi il tempo, fissare le tammorre, i fiati, cercare i chiaroscuri. troppo difficile.

mi viene sete. lascio il chiostro nella convinzione che con qualche altro martini potrei trovare il modo di superare le distanze. d'accordo sono qui per il concerto e me ne vado sul più bello ma solo per poco. la mia incoerenza mi ha abituato a cose peggiori. torno all'ultimo bar, due martini, scusate ma voi siete solo, sì è per fare prima, tanto sempre due ne prendo, due euri e cinquanta, azz costate dieci centesimi in più della signora in fondo alla strada, giuvino' e allora vi faccio dieci centesimi di sconto, signo' grazie... io vi lascio dieci centesimi di mancia.

torno al chiostro ma mi sento solo un po' più brillo di prima. mi sa che mi arrendo. rimetto la macchina in spalla, sorta di peso inutile questa sera, e mi godo le ultime canzoni. sui bis mi diverto anche a guardare il pubblico, che intanto si è alzato e assiste ciondolante a passo di danza. prima ho visto qualcuno cantare, un po' ho cantato anche io. non vado pazzo per i riti collettivi ma ne comprendo la potenza. quando finisce, ci sono applausi e sorrisi e tutto sembra molto rilassato. piacevole. a questo punto è quasi ora di andare via anche per me ma prima sto pensando a una cosa, una cosa che non ne vuole sapere di lasciarmi in pace. devo proprio cercare di farla.

il gruppo è rimasto accanto al palco, un po' di amici, qualche saluto complimentoso, due chiacchiere. ci metto un po' per intrufolarmi, per trovare il momento giusto. vorrei proprio andare a salutare la ragazza che fino a poco fa mi stava incantando con la voce e, naturalmente, capito nel momento sbagliato. tra mille interruzioni e la mia situazione alcolica, credo di riuscire solo a farfugliare qualcosa sulla musica, sugli arrangiamenti, sul chiostro non chiostro. ma poi che glie ne fregherà mai a lei delle mie cavolate. basta. saluto e me ne vado.

il ritorno è tutto in discesa, fino alla macchina. nessuna tappa ai bar, se no a casa non ci torno stasera. parto a finestrini aperti, pronto a godermi la brezza, contemporaneamente morbida e gelida, di questa primavera e invece rimango subito imbottigliato nel traffico... ci sono momenti in cui le piccole cose si fanno pesanti. per ammazzare il tempo metto su un po' di musica. jazz ma di quello liscio liscio, un po' sa anche di nostlgia. quando, mezz'ora dopo, riesco a venire fuori dal paesotto e mi incammino sulla statale sono quasi sobrio e già mi inghiotte le nebbia delle solite cose.

alla fine non ho fatto nemmeno una foto degna di questo nome e nella confusione non ricordo di aver detto alla bella cantante quanto mi sia piaciuto starmene lì ad ascoltarla questa sera.

(non avendo prodotto nulla di osservabile, la foto è di un altro concerto, in un altro tempo.)

mercoledì 13 maggio 2009

interruzione programmata

questa mattina il corpo si è svegliato presto. il cuore ha aumentato la frequenza già all'alba e tutti i pensieri sono divenuti limpidi prima che aprissi gli occhi.
un discreto formicolio alle mani ed ai piedi mi ha avvertito della loro esistenza anche oggi. quando ho deciso di affacciarmi alla stanza, di sbirciare fuori dalle palpebre, ho visto una luce giallo pesca filtrare fresca ed invitante dagli scuri. intanto rumori di bambini che vanno a scuola, un cantiere che martella tavole di legno in lontananza ed il brusio dei motori appena distinto.
era così anche quando mi svegliavo da piccolo, lo ricordo. da insonne non posso certo essere considerato un esperto nel campo ma credo sia questo che si intende con "dormire come un bambino". sensazione del tutto insperata e anche un pochino fuori luogo.
ricordo persino cosa ho sognato ma preferisco tenerlo per me.

domenica 5 aprile 2009

a 15 anni la felicità è una barchetta rossa


Deve essere successo nel '91 o '92. In quegli anni lì, non ci andavamo proprio al mare... e chi ce li aveva i soldi?! Così, il fatto di avere un amico con la casa per le vacanze era l'unica possibilità, per me, di fare qualche bagno.

Per la prima volta, a 15 o 16 anni, mi misi in viaggio da solo, in treno. - Luigi. Deve durare poco, che l'ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza! - Mia madre ha sempre avuto la capacità di farmi capire le cose senza spiegarmele veramente.
Comunque, zainetto in spalla, dentro un jeans e tre magliette, poche migliaia di lire in tasca e via. Da Benevento a Foggia, da Foggia a Pescara, da Pescara a Silvi Marina. Non certo una meta esotica ma… che eccitazione! In quel momento mi sentivo come uno che sta attraversando il mondo, quanto meno come uno che sta travalicando i confini del proprio mondo.
La visita doveva durare tre giorni, che riuscii ad estendere a cinque, con la complicità della mamma di Enzo. Fu lei a chiedere il permesso al posto mio e tra madri, si sa, è più difficile dirsi di no.

A Silvi era bello camminare come un corpo estraneo, mimetizzato in questo gruppetto di adolescenti che tutti gli anni si ritrovava d'estate. C'era il mio amico Enzo, sua sorellina, piccolina appiccicosina, tre o quattro ragazzetti e ragazzette, di cui non ricordo bene neanche le facce, e poi c'erano Simone e Daniela. Loro erano fidanzati del mare... cioè erano tutti e due di Roma ma, durante l'inverno, non si vedevano né si sentivano mai. Da almeno tre anni, però, ogni estate stavano insieme, si tenevano per mano, qualche volta si baciavano, qualche altra non si sapeva dove sparissero. Lui era il più ganzo del gruppo: biondino, alto, non faceva altro che dire quante cose fichissime c'aveva a Roma, quante pischelle lo aspettavano al ritorno, ma questo solo quando non c'era Daniela nei paraggi. Lei invece sembrava diversa. Quando mi parlava, mi guardava in faccia e sorrideva, cordiale. Sarà per quegli occhi chiari, chiari, chiari, sarà per il fatto che era alta e abbronzata o per il caschetto castano, fatto di capelli un po' arrostiti dal sole, ma di raccontargli le mie solite cazzate non mi veniva naturale e il più del tempo stavo zitto, mi limitavo solo a rispondere alle sue domande... a monosillabi. Certo, ad essere carina era carina ma io la ragazza ce l'avevo già. E che ragazza! Ne ero innamoratissimo, come forse si può essere solo quando non si sa esattamente cosa voglia dire. E lei anche, Daniela, dopotutto stava con quel simpaticone di Simone.

E’ strano come i giorni al mare passino molto più in fretta, sta di fatto che in un attimo mi ritrovai alla vigilia della mia ripartenza. Era pomeriggio tardi e dopo l'ultimo bagno, durato due ore almeno, me ne stavo seduto su una sdraio, le gambe intrecciate, avvolto in un telo come gli indiani nelle pelli dei bisonti, a cercare di recuperare un po' di temperatura. Guardavo l'Adriatico, piatto e lungo come le sue spiagge, il sole scendeva sornione alle mie spalle. Lungo la linea d'orizzonte una piccola barchetta rossa si incamminava, beccheggiando, verso una serata di pesca. Le reti amatassate a prua, il pescatore incollato alla barra del piccolo timone, con lo sguardo perso nel vuoto, più o meno come il mio. Il freddo mi stava passando ed io mi godevo l'aria umida di sale nelle narici. Ripensandoci, quello fu un raro momento di sospensione, sì, uno di quelli in cui nemmeno un pensiero incrina la perfezione dello specchio delle proprie acque interiori.
- Ti piace il mare?- la presenza inaspettata di Daniela, le gambe raccolte in un abbraccio sulla sdraio accanto alla mia, mi avrebbe fatto trasalire in qualsiasi altra circostanza ma non in quella.
- A chi è che non piace?- il giorno dopo sarei partito, sarei tornato a casa, mi sarei tuffato di nuovo nel mio amore. Non vedevo l'ora.
- Domani, parti?
- Sì, è ora. Sai com'è… L'ospite dopo tre giorni puzza...- Io non so proprio perché dissi una cosa del genere. Me ne vergognai subito e sperai che lei non ci avesse fatto caso. Ma Daniela mi guardava fissa, le sopracciglia inarcate dal divertimento e dallo stupore. Chissà, forse pensava che la frase più lunga che le avessi mai detto sarebbe anche potuta essere migliore di così. Più o meno era quello che pensavo anche io. Ci scappò da ridere.

Il mattino successivo passai in spiaggia per salutare tutti questi brevi amici, prima di avviarmi in stazione. Erano stati giorni strani, interessanti, giorni di vacanza, resi belli soprattutto da un attimo scivolato dolce, fissando una barchetta rossa andare. Mentre mi allontanavo, dopo il commiato, la mente già aveva sbrigato il viaggio come una formalità e cominciavo a pensare a quello che sarebbe stato, a pensare al ritorno.
- Luigi, - una bella voce, quella di Daniela, un'ultima volta mi richiamava - Luigi, tornerai... a trovare Enzo? - Uno sguardo diverso, un sorriso fatto di imbarazzo.
- No, mi sa di no. - Che volete? Avevo 15 anni, una fidanzatina che mi aspettava e, soprattutto, non capivo un cazzo! - No, mi sa di no.
- Peccato. - Quello fu il peccato più languido che abbia mai sentito.
Scappai al treno e, durante il viaggio, solo per un attimo pensai a cosa volesse dire quel saluto caldo. Pensai che mi avrebbe fatto piacere andare ancora da Enzo quel ferragosto, ma questo genere di cose ancora mi attraversavano la testa senza lasciare che brevi tracce, come succede ai bambini, e me ne dimenticai in fretta.
- Lo sai, - mi disse Enzo ammiccante, quando ci ritrovammo a fine estate, - a Daniela avrebbe fatto molto piacere rivederti. Me lo ha detto lei. Peccato non ci sia stata occasione.
Capii allora. - Peccato. - Mi scappò fra i denti e un misto di palpitazione e senso di colpa per i desideri appena provati si strinsero forte all’immagine di una ragazzina con un sorriso bellissimo.

Forse è che uno sceglie a quali ricordi affezionarsi e a quali no. Forse è che le cose che avrebbero potuto essere e non sono state, conservano un patina di fascino difficile da scalfire. Forse è che mi è sempre piaciuto il mare in una maniera indefinita, come a tutti quelli che di mare non sono. Non so di preciso perché, ma ogni tanto rivedo con i sogni una barchetta rossa che se ne va, beccheggiando, a pescare e, con tutte le giustificazioni del caso, mi sento uno stronzo.

martedì 10 marzo 2009

nature e venature

amo i gesti imprecisi
uno che inciampa, l'altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre.
mi stanno a cuore
perché vedo il loro tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
l'oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
dentro qualcosa balla.

questa poesia di valerio magrelli è un po' quello che mi piacerebbe saper fermare in fotografia. anche, è un po' quello che mi affascina delle persone. chi non sa bene cosa, chi ha molto da farsi perdonare, chi ha i propri segreti, sono loro che mi scaldano sempre.

domenica 1 marzo 2009

fanculo...

fanculo ai medici, agli avvocati, agli architetti ed ai professionisti tutti. fanculo agli indecisi, ai sicuri di sé, agli innamorati, ai pigri, agli scrittori e pure ai cantanti. fanculo ai calciatori, alle ballerine, ai tipi concreti ed al loro fascino. fanculo agli archeologi ed ai ricercatori. fanculo a tutti quelli che non amano viaggiare e pure a quelli che non farebbero altro. fanculo agli amanti, agli addormentati, agli insonni, soprattutto agli insonni. fanculo alle labbra morbide ed ai capelli lunghi. fanculo ai week-end, agli after hours, ai bed&breakfast, agli snacks, ai cocktails e pure a facebook. fanculo a tutti quelli che mi sono dimenticato e a tutti quelli che salverei. fanculo a te e naturalmente, più di tutti, a me stesso.

nota per gli eventuali lettori - non prendetela a male, è che voglio troppo bene a tutti i sopraindicati, perché mi rendono la vita impossibile e per fortuna poco noiosa!
questa cosa la dedico a quel faro nella notte che è charles baudelaire, al suo invito al viaggio. dopo una serie di considerazioni personalissime sono giunto alla conclusione che a lui una cosa così sarebbe piaciuta più di una citazione. e poi ci ho provato gusto...

martedì 10 febbraio 2009

la vita è un ponte o i ponti aiutano a vivere meglio?

grazie ad una onesta bevuta, ho capito che l'unico legame tra quello che desidero e quello che mi capita, sta nel fatto che quello che desidero non mi capita mai.

sabato 31 gennaio 2009

giovedì 22 gennaio 2009

la scurità

mi viene narcisisticamente da domandarmi, se la capacità di dialogo o meno tra le persone sia in essenza un fatto di luce.

dopotutto, se al buio ci si sente soli, è ragionevole supporre che con atmosfere soffuse si abbia ancora poca voglia di comunicare.

quindi il miglior modo di entrare in contatto con gli altri sarebbe quando ci si vede per bene.

eppure quasi tutti si vergognano di fare l'amore alla luce. e se non è comunicazione quella...

lunedì 15 dicembre 2008

winter


la differenza che passa tra i vari inverni degli uomini non è solo una questione di latitudine e longitudine.
sto qui e saluto il freddo di una città italiana, mentre sono convinto che quello di una città americana non sarà solo più o meno rigido ma avrà anche odori, sapori e soprattutto sfumature di luce diversi, influenzati dai paesaggi e dalle architetture di vetro, acciaio e cemento.
dopotutto la stagione non è solo una questione di clima.

sabato 15 novembre 2008

delirium tremenDs

prima del rum.

dopo il rum.


buono il rum! peccato per quel senso di nausea un po' dolciastra.

venerdì 26 settembre 2008

posso?


da quando l'ho scattata non faccio altro che andarmela a rivedere. non è originale, né particolarmente suggestiva, eppure c'è in essa qualcosa di personale, quasi intimo, anche se non sono sicuro di aver capito bene cosa! sarà la curiosità inestinguibile di sapere quello che c'è dietro? oppure il desiderio di conoscere chi siano faby e ilary? sarà l'interesse botanico per le parietarie? oppure chi lo sa? perché non è che si può sapere sempre tutto.
intanto ascolto whatd i say di ray charles, bevo una schifosissima tisana di aglio e limone, che però fa tanto bene contro la mia febriciattola, e penso una miriade di cose molto molto personali che non mi sognerei mai di scrivere su un blog... segreti.
che ci vedete voi in una porta imbrattata e un pò sgangherata? alla fine io credo di vederci un passato di verdure o un riso in brodo... pensieri semplici da mente un po' raffreddata.

lunedì 22 settembre 2008

don't touch... me... please!


oggi che il cielo ha la faccia di uno che ha esagerato durante il fine settimana e vorrebbe solo starsene a riposare, mi sorprendo a pensare che vorrei tanto andarmene a mare a fare il bagno. sì, proprio il bagno con questo tempo qui. ché adesso al mare di sicuro non c'è più nessuno e me lo godrei tutto per me.
solo per me.
anzi... mò vado... massimo massimo... domani.