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domenica 18 aprile 2010

thòlos

precettato in pieno inverno per uno scavo archeologico d'emergenza. io me lo ricordo bene di aver detto di no, ricordo proprio le parole, non se ne parla, ho detto così, quindi non mi spiego come cazzo è che adesso sono sul pavimento di una tomba a camera, calato con una scala a corda da una voragine nel soffitto, tre metri più su. per vederci qualcosa, a circa metà scala, è stata attaccata una lampadina, dentro è tutto umido ma ci saranno almeno tre gradi in più rispetto all'esterno. i vantaggi delle pietre tufacee, fresche d'estate e calde d'inverno. quante volte l'avrete sentita sta cazzata? invece non è vero niente, qui la temperatura è costante tutto l'anno, è fuori che cambia.

intanto che scavo, mi infradicio il pantalone sulle ginocchia e comincio a non sentire più le dita delle mani per il freddo. farei volentieri due chiacchiere con qualcuno ma qui sotto non c'è nessuno e fuori c'è solo vincent.

vincent è un tipo roscio e grosso, che secondo me quando era piccolo gli facevano fare obelix alla recita della scuola. insomma non è che abbia proprio lo sguardo intelligente, vincent, poi è uno poco loquace e se ci mettete anche che è francese... non so se vi ho detto del mio problema con il francese. in pratica, il mio problema con il francese, come idioma intendo, è che non lo so.

nemmeno vincent sa l'italiano ma in fondo a lui che glie ne frega, lui sta in piedi nel caldo del suo piumino a fumare sigarette e quando io lo chiamo, vincent, dico, lui deve solo prendere la corda della carrucola e tirare su il secchio. che poi proprio un secchio non è. è una sorta di mezzo bidone metallico con un manico a cui è attaccata la fune. da pieno peserà una quarantina di chili, roba che solo uno ben piazzato come il francese può tirarlo su. e ci si deve pure mettere d'impegno.

infatti, un paio di volte è capitato che io lo abbia chiamato un po' troppo in fretta, vincent, ho detto, e poi non ho fatto in tempo ad agganciare il bidone che lui già era partito con il primo strattone, volando letteralmente a zampe all'aria. o almeno io lo immagino così, che da qui giù si è sentito solo una sorta di grido strozzato, un gran tonfo e poi vincent che parlava di mare. deve venire da una famiglia di pescatori o qualcosa così, vincent, perché ogni tanto se ne esce con sto mare di qua, mare di la o qualcosa così, sta tutto il tempo a dirlo.

secondo me si è convinto che io lo faccia apposta, tanto per ridere alle sue spalle, ma io non mi permetterei mai, cioè, a ridere rido ma mica sarei così meschino da farlo volare a terra ogni due per tre soltanto per passare il tempo. vabbe' forse lo farei ma a lui è meglio che non glie lo dico.

mentre faccio per raschiare via un'altra zolla di terra dalla parete, con la trowel, che poi sarebbe semplicemente una cazzuola piccolissima ma, se la chiami trowel, fa più indiana jones, insomma si comincia a vedere una sorta di incisione nel tufo. ci lavoro un po' vicino e capisco che si tratta di una scritta. quando, pochi minuti dopo, è tutta pulita, sono lì col cuore in gola, ansioso di decifrarla e già mi sento un novello champollion, quello che capì cosa cavolo volessero dire quei mammozietti nei geroglifici. in effetti pure lui era francese e sicuramente manco lui parlava l'italiano, vabbe' ma erano altri tempi.

a vederlo da vicino questo graffito non è che sia fatto proprio bene, si legge lo stesso ma sopra c'è scritta una cosa che non so come interpretare. c'è scritto, napoleone 1809. e che c'azzecca mo napoleone in una tomba etrusca? sembra come quando uno passa da qualche parte e, per ricordo, ci lascia la firma. come se io adesso mi mettessi a scriverci, luigi 1997, e chi cazzo se ne frega che io sono stato qui, certo magari di napoleone però qualcuno se ne frega. magari il mio amico in superficie sarebbe contento di vederla questa cosa qui. vincent, faccio, e poi mi ricordo con un istante di ritardo della faccenda della carrucola.

troppo tardi, quando riesco a dire qualcosa, che poi lui non capirebbe perché tanto è in italiano, sta già parlando di mare un'altra volta. quando si affaccia minaccioso dall'apertura, io gli faccio cenno di venire giù e vorrei spiegargli perché, ma mi viene in mente solo di dirgli, champollion, champollion, che a giudicare da come l'obeso salta sulla scaletta di corda, deve aver pensato che gli sto insultando la mamma. il fatto è che lui è talmente pesante e su quella scaletta ci si è gettato così tanto a peso morto che l'appiglio a cui l'avevamo fissata in superficie cede immediatamente e vincent viene giù come una montagna in frana, toccando terra a pochi centimetri da me.

sinceramente la cosa, a ripensarci, è anche ridicola ma lui, se non è morto nella caduta, di sicuro appena si riprende ammazza me e questa cosa qui mi fa passare la voglia di ridere. quando una decina di secondi dopo ricomincia a muoversi, sempre parlando di mare, io già sono in ginocchio, ad occhi chiusi, che gli indico il graffito, riponendo in questa cosa tutte le mie speranze di salvezza. il gigante si mette seduto ma non sembra imbestialito come sarei io al posto suo, no. anzi si ferma a guardare e questo mi conforta un po'. fa la faccia a punto interrogativo, si vede che nemmeno lui se la sa spiegare questa cosa qui che napoleone è venuto a mettere un autografo nella tomba etrusca. poi si avvicina, prende la cazzuola, lui è francese e quindi cazzuola gli suona più esotico, e si mette a pulire meglio intorno. salta fuori che davanti alla parola napoleone ci sta scritta un'altra cosa. la frase completa è, viva napoleone, 1809. vincent ridacchia un po' e, per la prima volta da quando ci conosciamo, si rivolge a me con frasi di senso compiuto, almeno credo, visto che lo ha fatto in francese e quindi chi lo sa.

si guarda intorno e vede la scala accartocciata accanto a lui. siamo bloccati qui dentro, almeno fino a quando tra un'oretta, a fine turno, ci verranno a prendere e ci aiuteranno ad uscire. a un certo punto vincent infila una mano dentro la giacca e ne esce fuori una di quelle fiaschette metalliche da alcolizzato, come si vedono nei vecchi western, la apre e me ne offre, cognac, mi fa. ora a me il cognac piace e in quella situazione, non sapete quanto ci stava bene un po' di alcool in corpo, ma, con tutto quello che gli ho combinato a questo qui, se prima non lo assaggia lui , col cavolo che mi ci vede bere. ma vincet in fondo è un buono, capisce le mie perplessità e ridendo si tracanna un lungo sorso in solitudine, vacci piano vincent, gli dico, che tu ci sarai sicuramente caduto dentro da piccolo, non hai capito, eh, vincent? poco male, anzi sta cosa che non parli e non capisci nemmeno è proprio rilassante. mi sa che la pensi pure tu così.

memorabile quella volta in cui rimasi prigioniero in una tomba etrusca a bagnarmi il culo sulla terra umida, sorseggiando ottimo cognac in compagnia di una colosso francese, con davanti agli occhi un muro crepato con su inciso, viva napoleone 1809.

e se qualcuno si sta domandando quale sia la morale, beh, è semplice, non andare mai in un posto dove non puoi procurarti da bere. non si sa mai quanto possa rendersi necessario un buon cicchetto.

sabato 17 aprile 2010

martedì 30 marzo 2010

eros e thanatos

fa caldo, fa un caldo da matti, con i vestiti che ti si appiccicano addosso, manco fosse agosto. e invece è metà maggio, neanche. fino a meno di un mese fa era ancora inverno e adesso non si può stare più.
pasquale malavia non troppo se ne importa, che tanto questo è più un problema dei cittadini, che vivono giù, vicino ai fiumi. casa sua sta più in alto, sul piano, dove l'afa non c'arriva. e poi questo fatto del caldo improvviso gli sta facendo fare pure begli affari. pasquale fa il finanziere ma sottobanco, insieme alla mogliera, si fa pure un poco di contrabbando, carne, olio, un poco di sigarette, medicine quando serve, insomma, quello che si trova.

quel giorno sullo spiazzo davanti a casa sua si affaccia un calesse e da sopra scende niente meno che don salvatore viceré in persona. e questa è una cosa strana, pensa subito pasquale. di questi giorni qui vedere salvatore viceré che se ne va in giro, invece di stare a casa, è talmente insolito, che lui e quei quattro amici e clienti, diciamo così, che stanno giocando a bocce sotto al pergolato, si fermano tutti, zitti zitti, immobili come statue.

salvatore viceré è uno all'antica che ancora porta l'oro all'orecchio, come i fattori dell'ottocento, e preferisce girare con la giumenta piuttosto che salire su quegli scopparielli moderni. è zoppo al piede destro per via del pizzico di un gallo andato in cancrena. l'alluce alla fine se n'è caduto quasi da solo. ringrazia dio che non ti è marcita tutta la gamba, gli disse allora il dottore, bravo quel dottore, ad avercene così, si chiamava don giuseppe, quello che poi diventò un signor scienziato, apparteneva ai moscati. e comunque salvatore ringraziò davvero, e di cuore, perché per via di questa piccola menomazione si sparagnò la chiamata alle armi per la grande guerra.
salvatore e la moglie, angiolella, sono tutti e due molto religiosi, quasi dei bizzochi, e sono molto ben considerati da tutta la loro contrada e pure da quelle vicino. capita che, se si deve risolvere una questione delicata, allora chiedono a salvatore di fare da arbitro, perché lui è uomo di conseguenza, che sa tenere calme le cose e non se la piglia se qualcuno gli risponde male nella concitazione del momento.

tutti i cafoni dal campo di bocce fanno un cenno di riverenza con le coppole e le pagliette e pure i cittadini, che per la maggior parte non sanno chi sia questo ospite di riguardo, calano un pizzico la fronte, senza sapere neanche loro perché.
pasquale malavia, la faccia impenetrabile come sempre, si rende conto quasi subito che il nuovo arrivato non è sicuramente venuto per farsi un bicchiere di vino e una chiacchiera a bocce. salvatore viceré non è il tipo. è rimasto vicino al calesse e si accarezza la bella cavalla che lo traina, controlla che briglie e morso siano in ordine, insomma fa di tutto per rimanere in disparte. così, come gli altri compari tornano a giocare, pasquale, con mosse stanche e lente, si tira su dalla sedia e lo raggiunge.

pasquale malavia è uno sempre allegro, piccolo di statura, smilzo e dai capelli portati corti corti. per i pidocchi, dice lui, hai voglia a spiegargli che tanto con tutto il DDT che si butta addosso, ma di quello buono, americano, comprato sul mercato nero pure quello, non c'è pericolo di pidocchi e nemmeno di piattole. lui si trova meglio così e quindi così continua a fare. durante gli anni bui, lui che ha 8 figli sulle spalle, si è dovuto ingegnare parecchio per non fargli mancare il necessario. è stato allora che si è comprato la raccomandazione dal prefetto, per avere quel posto di finanziere. per tutta la guerra, questa volta la seconda, e anche un po' oltre, è andato a napoli ogni mattina per servizio. e questa cosa gli è andata giusta giusta, così ha potuto fare il contrabbando senza che nessuno sospettasse niente. d'altra parte, chi se ne sarebbe dovuto accorgere, visto che i controlli li faceva lui? pure pasquale malavia è uomo di conseguenza, però di tutt'altra pasta rispetto a salvatore viceré. lui le cose che si dicono sul suo conto se le ricorda sempre e qualche volte se le segna pure.

salvato’, buongiorno., buongiorno a voi, pasqua’., in famiglia tutto bene?, 'ngraziando a dio. e a voi?, uuuuuuh e questo la vuole pigliare proprio votando, pensa pasquale, di chiedere quello che gli serve, niente. pasquale non è fesso, se salvatore viceré viene da lui è probabile che gli serve qualche cosa che solo qui si può procurare. salvatore di solito non è uomo che si abbassa a questo genere di scambi, preferisce che a casa tirano un po' la cinghia, piuttosto che comprare di contrabbando. pasquale non troppo la capisce sta cosa, anche perché, se tutti la pensassero così, statti buono agli affari ma in fondo a uno come salvatore il rispetto è dovuto. resta il fatto che se sta lì, deve essere cosa seria.

e infatti salvatore è lì per avere un pezzo di ghiaccio, che pure se ancora non è arrivata la stagione, già fa così caldo che non se ne trova più in giro. il fatto è che a sua moglie angiolella, in questi giorni l’ha pigliata di nuovo il panteco. povera femmina, da quando ha dodici anni che tutti gli anni, almeno una volta, le vengono le mosse pilettiche e si comincia a sbattere e dimenare dove sta sta. le dura per una settimana precisa, in cui nessuno le può andare vicino, se no è capace che ti mozzica e ti stacca un dito o un orecchio, senza neanche accorgersene. dopo trenta anni di matrimonio, salvatore è riuscito ad ammansirla e sarà una decina d’anni che quando alla moglie gli piglia così, lui è l’unico che le può dare assistenza. è così che si è accorto delle parole.
angiolella c’ha il dono e, fino a che salvatore non era potuto stare vicino a lei, nessuno se ne era mai addonato. quando le pigliano le crisi, mentre si dimena come se c’avesse un serpente che la abballa in pancia, il suo corpo le fa fare le cose più sconce che salvatore abbia mai visto ma, nel frattempo, angela parla e dice cose sante, racconta dei morti, o meglio, i morti raccontano le loro cose tramite lei. è come se, quando le piglia, angela diventasse una sorta di finestra tra il mondo dei vivi e quello dei morti e allora per una settimana all’anno, fino a che la finestra sta aperta, da quell’altra parte, tutti i morti si accalcano a parlare, tutti insieme, per far arrivare i propri messaggi ai parenti. salvatore, che è sempre stato uomo faticatore, timorato del signore e coi piedi ben piantati per terra, non si è riuscito a fare capace di questa cosa fino a quando, tra le varie farneticazioni che la moglie cacciava, una volta si è trovato a sentire un messaggio del padre, don antonio, buonanima, che gli diceva sotto a quale cerza aveva atterrato la pignata coi piccioli, prima di morire, quando lui era ancora criaturo. salvatore, per scrupolo, ci è andato veramente a scavare sotto a quella cerza e i soldi del padre li ha trovati proprio dove gli aveva detto la mogliera. signore iddio un tesoretto, veramente, con cui poi aveva costruito buona parte delle sue fortune!
e da allora, cioè da quando si è convinto della cosa, salvatore ha cominciato a segnarsi le parole che i morti vogliono lasciare e poi, a settimana finita, se ne va casa casa per consegnare i messaggi. è anche per questo che salvatore e angiolella sono portati in palmo di mano da tutti.
la settimana del panteco, dello spavento, così la chiamano in famiglia, di solito capita sempre a mezza primavera. può sgarrare massimo di un paio di settimane prima o dopo ma, immancabilmente, tra aprile e maggio deve succedere. allora angiolella si dimena ininterrottamente giorno e notte e ininterrottamente parla. è praticamente impossibile per salvatore starle dietro tutto il tempo e la maggior parte dei messaggi infatti va perduta, perché lui o non fa in tempo a scrivere, visto che deve pure occuparsi della moglie nel frattempo, oppure va a fare i propri bisogni oppure, ogni tanto, un’oretta di sonno pure lui se la deve fare.
questa primavera la crisi è arrivata puntuale, è il caldo ad aver fatto prima del dovuto e angela, con tutto quel muoversi e col fatto che per una settimana intera non beve, non mangia e non dorme, sta molto più affaticata del solito. la povera donna comincia pure ad averci un'età, ormai sono quasi cinquanta. insomma salvatore a sto giro sta preoccupato assai e allora ha pensato fosse meglio trovare del ghiaccio per aiutare angela, per rinfrescarla un poco.

quando alla fine salvatore viceré si decide a chiedere quello per cui è venuto, pasquale, senza aggiungere altro, corre a prendere un bel pezzo nella ghiacciaia, cioè in quel fosso dietro al capannone del tabacco, dove tiene ficcato il sacco di iuta pieno di paglia col ghiaccio dentro, così rimane bello isolato e non si squaglia.
pasqua’, grazie tante. quanto vi devo per... il disturbo?, salvato’, niente, a buon rendere. e se per caso vi capita che angiola vostra vi dice qualche cosa da parte di mio padre, buonanima, fatemi il piacere, non ve la segnate e non me la venite a dire. così stiamo pari. tanto sarebbero tutte iastemme contro a me.
i due si guardano per poco più di un attimo e poi sulla faccia di entrambi si taglia un sorriso.
pasqua', che vi posso dire? siete un brav’uomo., non ci pensate, salvato’. e la settimana prossima, di sabato a sera, quando la vostra signora si sarà rimessa, mi farete cosa gradita se vorrete venire qui da me, che facciamo una serata danzante. e portate pure i vostri figli., non mancherò. salutammo., salutammo.

e a quella festa si innamorarono i miei nonni.

giovedì 18 febbraio 2010

immortalare il passo


vorrei pasti buoni da mangiare
e sapori soffici per dormire,
per viaggiare, per partire.

vorrei sapere del sole, delle strade,
delle nostre imperfezioni vaghe.

capire le stanze bianche,
dipingerle solitarie e intense.
masticare la compagnia,
indigesto pasto, appetitosa utopia.

vorrei immortalare il passo
che trema, l’anima in campana,
confezionare una vita sana
su una gamba sola, vorrei
una visione umida che
senza pensarci, mi consola.


dieci anni fa, la macchina fotografica stava quasi sempre in un cassetto. era un gioco stupendo, già allora, ma troppo troppo costoso. eppure il desiderio di scomporre i pensieri in immagini, credo di avercelo sempre avuto.

lunedì 1 giugno 2009

il mistero delle maschere magiche

mi è stato chiesto di pubblicarlo in qualche modo. lo sto facendo così. buona lettura a chi se ne tiene.


"Maggio 1949. Dopo un inverno rigido e piovoso come non se ne ricordavano da cento anni, la stagione era scoppiata tutta insieme, quasi senza preavviso. “Benevento tiene proprio un clima brutto assaje. D’inverno t’infradici le ossa, mentre d’estate un altro poco l’afa ti schiatta.” La piccola Lisa lo aveva sentito dire al padre chissà quante volte. Per lei, caldo o freddo, l’importante era che la mamma le desse il permesso di andarsene in giro a giocare e questo era tutto.

Lisa, 10 anni, la pelle olivastra come quella della mamma, Anna, gli occhi rapidi e taglienti presi dal papà, Tancredi, talmente intensi da lasciare inquieti anche i grandi quando li fissava, era una bimba curiosa, silenziosa e solitaria. Gli altri ragazzi le giravano alla larga, persino i suoi fratelli non le davano troppa confidenza. “Uè, sta arrivando ‘a morticella”, così la chiamavano tutti. In effetti a vederla, Lisa era alta per la sua età e secca secca. Non aveva la faccia della salute ma un’espressione sempre allampanata e non sorrideva quasi mai. La gonnella che portava, lasciava scoperti quei due stecchi nervosi che aveva al posto delle gambe e, ovunque dovesse andare, lei ci arrivava correndo. Spesso la si vedeva sparire come un fantasma tra le carcasse dei palazzi bombardati attorno al Duomo, mentre percorreva sentieri che sapeva solo lei.
Il papà e la mamma se lo erano domandati spesso, ma come gli era uscita questa figlia così strana? Avevano pensato pure che magari fosse un po’ tocca. Una volta, che l’aveva trovata impalata a guardare un muro lungo via Rampone, dove stavano di casa, la mamma invece di gridarle addosso per farla ripigliare, aveva deciso di andare a vedere che cosa c’era di tanto interessante a catturare l’attenzione della figlia. Così aveva capito che Lisa non stava propriamente fissando il muro, cioè sì, ma in quel pezzo di muro c’era dentro una faccia di pietra, un mascherone. In città ce ne erano di queste cose antiche, infilate nei muri delle case un po’ dappertutto. Lei aveva sempre pensato che fossero statue di santi, poi una volta il marito le aveva detto che no, che erano i resti della Benevento antica e con la religione non c’entravano proprio niente, anzi. A lui lo aveva raccontato la madre, che tutti dicevano c’avesse il dono, fosse capace cioè di vedere le cose che non si vedevano, di parlare con gli oggetti. Lei a questa cosa non ci aveva mai creduto. La donna Elisa che aveva conosciuto, era una signora bassa e chiatta che forse non ci stava tanto con la testa ma, a parte questo, non è che sembrasse particolarmente magica. E poi se c’aveva questo dono, come mai era morta sotto ai bombardamenti? Non aveva voluto lasciare la casa neppure quando le sirene dell’antiaerea si erano messe a suonare all’impazzata. “Iate, iate – aveva gridato – che tanto, se devo morire, so già che qua adda capità!”. E così fu.

Insomma, Lisa se ne stava lì a guardare fissa una delle due maschere di via Rampone, gli occhi sbarrati dallo stupore. Ogni tanto apriva la bocca e mostrava i denti in una strana smorfia, che doveva essere un sorriso. Non poteva giurarci ma la madre era quasi sicura di averla vista sussurrare qualcosa nel vuoto, senza mai staccare gli occhietti lucidi dalle orbite cave e profonde del mascherone. “Lise’ ma che stai facendo?” Aveva chiesto la mamma, sinceramente preoccupata. “Sto ascoltando una storia.” Le aveva risposto Lisa riscuotendosi trafelata. “Oh, San Gennaro! E chi te la sta raccontando?”. A quel punto la piccola si era girata verso la mamma e, riassumendo la sua solita espressione imperturbabile, le aveva detto, “Da sola, ma’. Me la sto raccontando da sola”. Anna lì per lì aveva voluto crederci e se ne era tornata verso casa ma, già strada facendo, si era fatta la precisa intenzione di andarsene alla chiesa di San Bartolomeo, a dire una preghiera per quella figlia che c’aveva, sperando che il patrono della città le facesse la grazia di acconzargliela un poco. Passi pure che i bambini c’hanno molta fantasia e che si inventano i giochi più strani ma mettersi a parlare da sola, a ridere addirittura, fissando una statua nel muro, questo le pareva proprio troppo.

Se Anna avesse saputo come stavano davvero le cose altro che preghiera, un intero rosario avrebbe recitato. Lisa infatti aveva pensato fosse meglio non dirglielo alla mamma che la storia la stava ascoltando proprio dal mascherone. Da un po’ di tempo infatti aveva trovato due nuovi amici, con cui si trovava bene e che le raccontavano un sacco di fatti e di favole appassionanti: Macco e Accio, i due mascheroni di via Rampone. Non sapeva come fosse possibile ma sentiva le cose che i due si dicevano e, da quando lo aveva scoperto, erano diventati amici. Accio e Macco non erano i loro veri nomi. Quando all’inizio si erano presentati lei quelli veri non era riuscita a capirli, troppo complicati. “Ma non potevate avere dei nomi un poco più semplici?”, aveva chiesto. “Signorina, il nome mica uno se lo sceglie da solo. Tu perché ti chiami Lisa?”, “Perché così si chiamava mia nonna.”, “Noi ci chiamiamo così, perché siamo maschere tragiche”, aveva detto Accio con tono un po’ stizzito. “Sai come lo devi chiamare?”, aveva rintuzzato Macco dai piedi dello stipite nel quale era incastonato, “Chiamalo Accio come una maschera comica. È più semplice e poi gli sta pure bene”, “Accio? Come il sedano?” aveva chiesto la bimba stupefatta, “Eh sì. Che tanto quello proprio un ortaggio pare”. “Ma sentitelo! – aveva reagito il primo - Lisa sai invece lui chi mi ricorda, con quella barba mezza lunga e la bocca sfasciata? Mi ricorda lo scemo del villaggio! Sai come devi chiamarlo? Macco, come la maschera dei personaggi scemi”.

Ogni mattina, uscita di casa ancora con la zuppa di latte in bocca, Lisa schizzava lungo via Rampone, passava per piazza Mazzini e proseguiva ancora un poco verso il Corso. Arrivata a destinazione si sedeva a terra, proprio di fronte ai mascheroni, e cominciava a fare domande, finché i due non si mettevano a raccontare.
“Accio, ma che cosa è una tragedia? E cosa una commedia?” e quelli sotto a dire. “Beh, la prima fa piangere, la seconda fa ridere. Ma sono spettacoli bellissimi.”, “Sarà come dici tu – interrompeva Macco – ma sentire tre ore di una roba di cori austeri più un paio di discorsetti dell’attore principale, non è proprio la stessa cosa di sbellicarsi per un servo scaltro che grulla il proprio stupido padrone”.
“Macco. Ma perché gli attori usavano le maschere per recitare?” e loro di nuovo in un fiume di spiegazioni. “Perché le maschere facevano riconoscere subito il personaggio, anche dalle ultime gradinate della cavea”, si intrometteva Accio, didattico. “Perché erano brutti! – se ne usciva Macco, irridente - E perché non sempre c’avevano la voce abbastanza potente da farla arrivare fino in fondo al teatro, così usavano la maschera come una sorta di altoparlante.
In breve tempo Lisa aveva imparato moltissime cose. Sapeva per esempio che le rappresentazioni, le recite, come le chiamava lei, si facevano sempre in occasione di feste religiose, che erano dei veri e propri eventi, e duravano giornate intere. Il pubblico si assiepava sulle gradinate del teatro e ci rimaneva dalla mattina alla sera. I più si portavano persino i cuscini da casa e la roba da mangiare e da bere, come quando lei andava con la famiglia a fare qualche scampagnata giù al fiume. “A mezzogiorno – raccontava Accio con fare trasognato - si era nel pieno dello spettacolo. Il porticato esterno del teatro era affollato fino all’inverosimile, con scene di bisbocce e commerci”. A Lisa queste immagini facevano venire in mente quando era stata alla festa della Madonna delle Grazie, con i giocolieri del circo e le rivendite di cianfrusaglie che si infilavano fin nei cancelli della chiesa.

Col tempo Lisa aveva preso ad affezionarsi molto a questi due insoliti amici. Qualche volta col buio della sera ‘a morticella prendeva un po’ d’acqua, un tozzo di pane, ci metteva su un pochino d’olio, andava nel ripostiglio e si portava via uno dei ceri, che il papà aveva comprato per portarli al cimitero dalla nonna, e se ne andava dai mascheroni. Portava loro un poco di luce e qualcosa da mangiare. Avevano anche provato a spiegarle che tanto non ne avevano bisogno ma, in fondo, il pensiero che aveva per loro la piccola gli faceva piacere.
Lisa non lo poteva sapere che quella sorta di piccola offerta notturna aveva attirato l’attenzione di qualche curioso. Qualcuno, reputando la cosa di pertinenza delle sacre sfere, aveva denunciato il fatto al parroco di Sant’Anna, competente per territorio. Quello era andato a vedere ma aveva capito solo che le due facce non erano di nessun santo, così era corso a chiedere conforto al parroco di San Bartolomeo. I due guardiani d’anime a quel punto erano giunti alla conclusione che doveva trattarsi di cosa stregonesca. Erano solo incerti sul da farsi, se andare cioè dal vescovo e riferire in privato o se correre al giornale per portare lo scandalo alla conoscenza di tutti, con una certa conseguente rilevanza anche per le loro figure. Alla fine i due prelati avevano convenuto di optare per quella che sembrava la soluzione più consona alla sacralità del loro abito. Il mattino seguente la pagina locale del Roma apriva con il titolo “Satanismo a Benevento? In pieno centro, i resti di un rito satanico ai piedi di un idolo pagano”.

Lisa quella mattina, già arrivando a metà di piazza Mazzini, aveva notato uno strano assembramento di persone davanti alle due sculture. Tra i presenti era possibile distinguere almeno due carabinieri, un paio di preti, uno dei quali portava delle scarpe con la punta lunga e un alto tacco quadrato, che a Lisa facevano venire in mente quelle che calzavano le vecchie signore, e un certo numero di uomini in giacca e cravatta, tutti intenti a parlottare tra di loro. La piccola si era accostata con fare distratto allo stipite di un portoncino e da lì aveva cominciato a seguire le discussioni dei grandi. Uno dei preti, quello con le scarpe a punta, don Taddeo, spalleggiato da alcuni uomini in borghese si affannava a dire che quelle statue pagane, simbolo del demonio, andavano fatte sparire, smontate, divelte, insomma tutto purché non rimanessero lì in piena città a far cadere in tentazione i bravi cittadini di Benevento, che, detto per inciso, un certo rapporto con la stregoneria ce lo avevano avuto in passato e non era proprio il caso di alimentarlo.
Di fronte stavano l’altro prete, don Laudato, un tipo giovane con la tunica un poco lisa ma il piglio deciso e l’occhio infuocato dello studioso e con lui un omino piccolo e magro con la testa quasi del tutto calva, a forma di uovo, e un paio di occhialini tondi dalla sottile montatura metallica. Il professore Alfredo, così si chiamava l’omino occhialuto, si teneva un passo indietro al suo giovane amico religioso, lasciandogli l’onere di portare avanti la difesa delle malcapitate sculture e intanto il più del tempo se ne stava a fissare queste ultime di sottecchi.
Lisa, a sentire tutte quelle minacce di scalpellare e di buttare via i suoi cari Accio e Macco, quasi in lacrime avrebbe voluto correre in mezzo a tutti quei signori e mettersi a gridare che quelli erano solo due mascheroni del Teatro romano e con i diavoli e le streghe non c’entravano proprio niente, che lei e solo lei li conosceva bene. Si bloccò quando vide gli occhi attenti del professore Alfredo fissarla divertiti.

“Chiedo scusa – intervenne il Professore -. Ho sentito abbastanza. Don Laudato vi ha spiegato bene che qui la stregoneria non ci azzecca niente. Questi sono mascheroni provenienti dal Teatro romano. Ne ornavano la scena e per secoli sono stati testimoni della vita civile e religiosa di questa città. Quando è caduto l’Impero le decorazioni sono state usate come abbellimenti, nelle facciate di case, palazzi e pure di chiese. Allora che facciamo, adesso? Andiamo a scalpellare pure la facciata del Duomo?”. A questo punto il volto del Professore si fece duro e rigido. “Don Tadde’, ve lo dico qui davanti ai tutori dell’ordine. Se a queste statue succede qualcosa, vi faccio venire a renderne conto davanti alla forza pubblica. Sono stato sindaco di questa città e dovreste sapere che la mia parola qui conta”.
Lisa era a dir poco stupefatta. Come aveva fatto quell’omino dall’aspetto così ordinario a diventare in pochi secondi una sorta di eroe. E soprattutto come le sapeva tutte quelle cose su Accio e Macco? Forse anche a lui le due sculture avevano raccontato la storia del Teatro romano. Ancora la bimba era assorta in queste riflessioni, quando si rese conto che il vociare della discussione si stava spegnendo e, alzando lo sguardo, vide il prete in scarpette che se ne andava giù per il Corso col suo seguito. Si erano attardati solo i due carabinieri che rimanevano a presidiare il luogo del misfatto, don Laudato ed il professore Alfredo, che si era inginocchiato accanto ad Accio e lo osservava con soddisfazione.
Lisa ‘a morticella, non esitò neanche un istante a raggiungere l’uomo accovacciato, il quale, quando se la vide dritta come un piolo davanti, la fisso con un sorriso mite. La ragazzina si fece coraggio e gli chiese, “Ma tu come le sai tutte quelle storie su Accio e Macco?”. Il professore, tra il sorpreso ed il divertito, si prese ancora un attimo per osservare da capo a piedi la sua improbabile interlocutrice. “In verità, queste due maschere non si chiamano Accio e Macco”, “Sì, lo so – fece la bambina – ma i loro nomi sono troppo complicati per me e mi hanno detto che andava bene se li chiamavo così”. “Hanno due nomi greci piuttosto difficili da pronunciare – ammise il Professore - e, in un certo senso, è vero che questa storia me l’hanno raccontata loro. Sai, io faccio il professore di Storia e Letteratura”. “Professore eh? Mi sa che voglio fare anche io il professore da grande”. “Allora, studia e diventerai una buona professoressa. Hai gli occhi giusti”. Detto questo il professore Alfredo salutò Lisa e si incamminò insieme con don Laudato verso il Corso.

Quando quella sera Lisa andò a salutare i suoi due amici, senza luci e cibo però, Accio e Macco le giurarono e spergiurarono di non aver mai parlato col Professore, quindi rimaneva il mistero di come questi avesse fatto a sapere tutte quelle cose. Per un attimo, ma solo per un attimo, Lisa pensò che poteva trattarsi di una specie di stregone o di mago, ma poi si convinse che qualsiasi cosa significasse fare il professore, non doveva esserci proprio niente di male.

L’estate scivolò via calda e liscia, tra racconti mitologici ed episodi di vita quotidiana, in cui Lisa ad occhi chiusi giocava ad immedesimarsi. Con l’arrivo dell’autunno, però, il papà non riuscì a trovare nulla di meglio di un lavoro da stagionale e la famiglia fu costretta a lasciare la casa di via Rampone per trasferirsi dai nonni, in campagna. Così la piccola Lisa dovette abbandonare i suoi due tutori di pietra, ma non la decisione di diventare un giorno una professoressa.

martedì 19 maggio 2009

il centesimo post...

sarà un traguardo? qualcosa da festeggiare? non ne sono sicuro, non credo.
però, vuoi mettere il fascino del numero tondo...

comunque, siccome sono indietro con la rubrica mensile di libri, mi sa che questo centesimo post, invece di essere "sterilmente" autocelebrativo, lo sarà "stupidamente", concentrandosi sulle mie letture dell'ultimo mese.

nell'ordine:
- wislawa szymborska, attimo, scheiwiller 2009 (ma conta mezzo... tanto sono solo poesie, giusto? o no?);
- olen steinhauer, il turista, giano 2009;
- stieg larsson, uomini che odiano le donne, marsilio 2007 (sì, alla fine ci sono arrivato anche io al bestseller, mi è piaciuto e ci ritorno pure, tié!);
- francesco romano (a cura di), la politica di manfredi di svevia nella crisi italiana del duecento, secolo nuovo 1957 (no, nessun errore di battitura, proprio 1957);
- francesco romano (a cura di), almanacco del sannio. 1956, secolo nuovo 1956;
- alfredo zazo, il castello di benevento (1321-1860), generoso procaccini 2000 (questa è una riedizione, che il buon zazo è morto da un bel pezzo!)
- michele bianco - antonio de simone palatucci, giovanni palatucci. un olocausto nella shoàh, dragonetti 2003 (non mi chiedete perché possiedo e ho letto questo libro. che posso dire? succede).

intanto, non è che mi vada proprio di parlare di tutti quanti, sarebbe palloso soprattutto per me, che li ho anche letti. diciamo solo che i due bei testi di ciccio romano e quello di zazo sono finiti tra le mie letture perché, ogni tanto, mi prende il prurito di saperne di più della mia città, molto di più. ne so di più adesso? boh... forse sì. di sicuro sull'almanacco ho beccato una foto dei lavoratori del deposito della ferrovia, scattata nel 1955 per la festa di pensionamento di tre capo-meccanici. la cosa fichissima di questa foto è che, tra gli altri, ho riconosciuto mio nonno luciano!

la biografia di palatucci, per quanto il personaggio sia interessante e curiosamente vicino (era di montella e ha frequentato il liceo classico a benevento) è stato un errore di percorso. solo un bel pezzo oltre la metà mi sono infatti reso conto che c'era qualcosa che non andava e leggendo la prefazione, che come mio solito avevo saltato a piè pari, ho trovato quanto segue: "il presente volume vuole offrire un prezioso contributo alla causa di canonizzazione, aperta dal tribunale del vicario di roma il 9 ottobre 2002"... o' friddo 'n cuollo. mi era sembrato un lavoro un pochino troppo incensante ma non avevo capito fino a che punto.

di uomini che odiano le donne cosa si può dire? sulla copertina c'è scritto "un caso editoriale. un libro che vi terrà svegli fino all'alba". cazzo posso confermare che è vero. in effetti però, essendo io insonne, questo effetto me lo fa persino il libro delle ricette di nonna papera. battute a parte, sti cavolo di bestsellers, un po' facili, un po' privi di contenuti subliminali, un po' scritti troppo bene, vanno giù che è un piacere. e poi c'è lisbeth salander, la protagonista femminile, una sorta di tank girl alla svedese, sembra saltata fuori direttamente dal fumetto di alan martin ed è una di cui non puoi assolutamente non innamorarti, fuori da ogni logica. mettici un po' di morti, un mistero sedimentato nell'arco di quarant'anni, qualche tocco di atrocità senza fine e un pizzico di atmosfere nordiche... leggerò anche gli altri due di sicuro.

il turista me lo hanno regalato, non so se altrimenti lo avrei comprato. è un bestseller pure questo ma stavolta è roba di spie. anche lui le sue 430 pagine se le porta benissimo, però, sarà per il fatto che si parla di cia, sarà che ho letto in qualche recensione che george no party clooney ci farà un film... ecco, io l'ho letto pensando tutto il tempo, questo è un film che vorrei vedere, sto leggendo una buona scenaggiatura. una buona sceneggiatura, non proprio un buon libro.

infine della szymborska mi sa che non scriverò niente. sono poesie. già in molti mi dicono, più o meno, che scrivo complicato su questo blog, se mi metto pure a fare dissertazioni sulle poesie di un premio nobel per la letteratura... posso dire dire addio anche ai miei cinque lettori occasionali! ma leggetela, davvero, leggetela. è una donna sorprendente.

domenica 5 aprile 2009

a 15 anni la felicità è una barchetta rossa


Deve essere successo nel '91 o '92. In quegli anni lì, non ci andavamo proprio al mare... e chi ce li aveva i soldi?! Così, il fatto di avere un amico con la casa per le vacanze era l'unica possibilità, per me, di fare qualche bagno.

Per la prima volta, a 15 o 16 anni, mi misi in viaggio da solo, in treno. - Luigi. Deve durare poco, che l'ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza! - Mia madre ha sempre avuto la capacità di farmi capire le cose senza spiegarmele veramente.
Comunque, zainetto in spalla, dentro un jeans e tre magliette, poche migliaia di lire in tasca e via. Da Benevento a Foggia, da Foggia a Pescara, da Pescara a Silvi Marina. Non certo una meta esotica ma… che eccitazione! In quel momento mi sentivo come uno che sta attraversando il mondo, quanto meno come uno che sta travalicando i confini del proprio mondo.
La visita doveva durare tre giorni, che riuscii ad estendere a cinque, con la complicità della mamma di Enzo. Fu lei a chiedere il permesso al posto mio e tra madri, si sa, è più difficile dirsi di no.

A Silvi era bello camminare come un corpo estraneo, mimetizzato in questo gruppetto di adolescenti che tutti gli anni si ritrovava d'estate. C'era il mio amico Enzo, sua sorellina, piccolina appiccicosina, tre o quattro ragazzetti e ragazzette, di cui non ricordo bene neanche le facce, e poi c'erano Simone e Daniela. Loro erano fidanzati del mare... cioè erano tutti e due di Roma ma, durante l'inverno, non si vedevano né si sentivano mai. Da almeno tre anni, però, ogni estate stavano insieme, si tenevano per mano, qualche volta si baciavano, qualche altra non si sapeva dove sparissero. Lui era il più ganzo del gruppo: biondino, alto, non faceva altro che dire quante cose fichissime c'aveva a Roma, quante pischelle lo aspettavano al ritorno, ma questo solo quando non c'era Daniela nei paraggi. Lei invece sembrava diversa. Quando mi parlava, mi guardava in faccia e sorrideva, cordiale. Sarà per quegli occhi chiari, chiari, chiari, sarà per il fatto che era alta e abbronzata o per il caschetto castano, fatto di capelli un po' arrostiti dal sole, ma di raccontargli le mie solite cazzate non mi veniva naturale e il più del tempo stavo zitto, mi limitavo solo a rispondere alle sue domande... a monosillabi. Certo, ad essere carina era carina ma io la ragazza ce l'avevo già. E che ragazza! Ne ero innamoratissimo, come forse si può essere solo quando non si sa esattamente cosa voglia dire. E lei anche, Daniela, dopotutto stava con quel simpaticone di Simone.

E’ strano come i giorni al mare passino molto più in fretta, sta di fatto che in un attimo mi ritrovai alla vigilia della mia ripartenza. Era pomeriggio tardi e dopo l'ultimo bagno, durato due ore almeno, me ne stavo seduto su una sdraio, le gambe intrecciate, avvolto in un telo come gli indiani nelle pelli dei bisonti, a cercare di recuperare un po' di temperatura. Guardavo l'Adriatico, piatto e lungo come le sue spiagge, il sole scendeva sornione alle mie spalle. Lungo la linea d'orizzonte una piccola barchetta rossa si incamminava, beccheggiando, verso una serata di pesca. Le reti amatassate a prua, il pescatore incollato alla barra del piccolo timone, con lo sguardo perso nel vuoto, più o meno come il mio. Il freddo mi stava passando ed io mi godevo l'aria umida di sale nelle narici. Ripensandoci, quello fu un raro momento di sospensione, sì, uno di quelli in cui nemmeno un pensiero incrina la perfezione dello specchio delle proprie acque interiori.
- Ti piace il mare?- la presenza inaspettata di Daniela, le gambe raccolte in un abbraccio sulla sdraio accanto alla mia, mi avrebbe fatto trasalire in qualsiasi altra circostanza ma non in quella.
- A chi è che non piace?- il giorno dopo sarei partito, sarei tornato a casa, mi sarei tuffato di nuovo nel mio amore. Non vedevo l'ora.
- Domani, parti?
- Sì, è ora. Sai com'è… L'ospite dopo tre giorni puzza...- Io non so proprio perché dissi una cosa del genere. Me ne vergognai subito e sperai che lei non ci avesse fatto caso. Ma Daniela mi guardava fissa, le sopracciglia inarcate dal divertimento e dallo stupore. Chissà, forse pensava che la frase più lunga che le avessi mai detto sarebbe anche potuta essere migliore di così. Più o meno era quello che pensavo anche io. Ci scappò da ridere.

Il mattino successivo passai in spiaggia per salutare tutti questi brevi amici, prima di avviarmi in stazione. Erano stati giorni strani, interessanti, giorni di vacanza, resi belli soprattutto da un attimo scivolato dolce, fissando una barchetta rossa andare. Mentre mi allontanavo, dopo il commiato, la mente già aveva sbrigato il viaggio come una formalità e cominciavo a pensare a quello che sarebbe stato, a pensare al ritorno.
- Luigi, - una bella voce, quella di Daniela, un'ultima volta mi richiamava - Luigi, tornerai... a trovare Enzo? - Uno sguardo diverso, un sorriso fatto di imbarazzo.
- No, mi sa di no. - Che volete? Avevo 15 anni, una fidanzatina che mi aspettava e, soprattutto, non capivo un cazzo! - No, mi sa di no.
- Peccato. - Quello fu il peccato più languido che abbia mai sentito.
Scappai al treno e, durante il viaggio, solo per un attimo pensai a cosa volesse dire quel saluto caldo. Pensai che mi avrebbe fatto piacere andare ancora da Enzo quel ferragosto, ma questo genere di cose ancora mi attraversavano la testa senza lasciare che brevi tracce, come succede ai bambini, e me ne dimenticai in fretta.
- Lo sai, - mi disse Enzo ammiccante, quando ci ritrovammo a fine estate, - a Daniela avrebbe fatto molto piacere rivederti. Me lo ha detto lei. Peccato non ci sia stata occasione.
Capii allora. - Peccato. - Mi scappò fra i denti e un misto di palpitazione e senso di colpa per i desideri appena provati si strinsero forte all’immagine di una ragazzina con un sorriso bellissimo.

Forse è che uno sceglie a quali ricordi affezionarsi e a quali no. Forse è che le cose che avrebbero potuto essere e non sono state, conservano un patina di fascino difficile da scalfire. Forse è che mi è sempre piaciuto il mare in una maniera indefinita, come a tutti quelli che di mare non sono. Non so di preciso perché, ma ogni tanto rivedo con i sogni una barchetta rossa che se ne va, beccheggiando, a pescare e, con tutte le giustificazioni del caso, mi sento uno stronzo.

giovedì 19 febbraio 2009

water & flame


mi piace il mio corpo quando è col tuo
corpo. è una cosa così nuova.
i muscoli sono migliori ed i nervi di più.
mi piace il tuo corpo. mi piace quel che fa
mi piace come lo fa. mi piace sentire
la spina dorsale e le ossa,
e quel sodo e liscio, che
ancora e ancora e ancora
bacerò, e tutta mi piace baciarti,
mi piace lentamente accarezzare l'eccitante lanugine
del tuo elettrico pelo, e quel che viene
dalla carne che s'apre... e grandi briciole d'amore gli occhi,
e forse mi piace il brivido
di te sotto di me ogni volta
così completamente nuova.


lo scriveva il poeta americano e.e. cummings nel 1925. non si capisce se questo sia il pensiero di un innamorato o solo lo sfogo lascivo di un narcisista.
come per la fotografia, il bello della poesia è proprio questo... nella maggior parte dei casi la sua efficacia dipende dalla capacità che ha di evocare emozioni, indipendentemente dal contenuto che uno sceglie di trovarvi. io il mio l'ho scelto e, contrariamente a quanto sia facile pensare, non è quello più pornografico.

giovedì 9 ottobre 2008

prospettiva


"si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

forse smarriti
o distratti
o immemori
di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

d'altronde nessuna garanzia
che fossero loro.
sì, forse, da lontano,
ma da vicino nient'affatto.

li ho visti dalla finestra
e chi guarda dall'alto
sbaglia più facilmente.

lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

e io, solo per un istante
certo di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali,
quanto triste è stato."

- wislawa szymborska -

se pensate di averci capito qualcosa fatemelo sapere, perché secondo me, inconsapevolmente, questa è la migliore descrizione del fotografo che conosca.
il resto ce lo teniamo per noi.

venerdì 11 luglio 2008

elogio del mal di testa

quando c'ho il mal di testa, sembra tutto un po' ovattato. mi muovo lento, come se dovessi fare attenzione a non far cadere quella brocca d'acqua calda che porto sul collo e che tutti si ostinano a chiamare cervello. quando c'ho il mal di testa, nel sobbollimento liquido che mi accompagna in quei momenti, immagino che dentro il cranio la situazione sia più o meno come in questa foto. in pratica una via di mezzo tra le grandi pulizie e una repentina fuga dalla realtà. ma io, quando c'ho il mal di testa, in tutto questo disagio, avverto come l'imperativo categorico solo di mettermi a pazziare con i giocattoli della fantasia.
ah, che bello sarebbe, quando c'ho il mal di testa, non affrontare la giornata che avanza, fuggire da tutto, scordarsi il cellulare in macchina, e riprenderlo solo dopo molte ore, sbagliare la password per aprire la posta elettronica, scoprire che sei mesi fa ti sei comprato otto libri nuovi e poi te li sei scordati in un angolo per tutto questo tempo, non avere il divano in casa ed essere costretto a rimetterti a letto. che bello che sarebbe!
invece, quando c'ho il mal di testa, mia madre mi porta due ketodol e in un quarto d'ora sto bene. e via di nuovo nella frenesia della vita di un nullafacente. però a mia madre poi la odio per tutta la giornata.

mercoledì 19 marzo 2008

il sonno dei giusti

SCUSATE SE E' UN PO' LUNGO. BUONA LETTURA A CHI SE NE TIENE.

Dopo cena, giunta l’ora di andare a letto, Luigi ultimamente era sempre un po’ teso. Si guardava intorno, come a cercare un appiglio dove potersi aggrappare saldamente, per impedire che la mamma lo portasse in cameretta.

In effetti, nonostante a una certa ora gli occhi del bimbo non riuscissero proprio a stare aperti, Luigi preferiva di gran lunga restare appisolato sul divano, cullato dai suoni della TV e dal rassicurante affaccendarsi della mamma in cucina, intenta nelle ultime pulizie della giornata. Andare a letto, da un po’ di tempo a questa parte, lo metteva in apprensione.

Tutto il contrario di suo fratello, il quale di solito già dormiva allerta verso la metà della cena. Luciano, di un anno più piccolo di Luigi, era capace addirittura di prendere sonno mentre masticava. I suoi denti continuavano a ruminare aritmicamente il boccone che la mamma gli passava, mentre le palpebre cominciavano inesorabilmente a cadere su un paio di occhi fissi nel vuoto già da qualche minuto.

A Luigi sembrava ogni volta di vedere la pubblicità delle Duracell, quando i coniglietti col tamburo, che avevano un altro tipo di pila, si scaricavano restando immobilizzati a metà di un movimento. A suo fratello le pile finivano sistematicamente durante la cena, quando aveva il boccone in bocca, e ogni volta la mamma doveva tirarglielo fuori con due dita, prima di portarlo su, svestirlo e metterlo a letto col pigiamino. Il tutto senza naturalmente che il sonno di Luciano accusasse il benché minimo disturbo.

Luigi se l’era studiata un po’ quella situazione e aveva scoperto che il sonno del fratello non arrivava sempre allo stesso orario, ma variava a seconda dell’ora della cena. Una volta che avevano cenato presto, alle sette, Luciano era stato capace di addormentarsi con una patata fritta mezza spappolata in bocca e non si era più risvegliato, anche se la mamma non aveva voluto metterlo a letto così presto, per timore che poi si sarebbe ridestato nel mezzo della notte.

Dopo lunghe meditazioni Luigi aveva creduto di capire che il sonno arrivasse a Luciano solo con i cibi solidi e principalmente con quelli che gli piacevano di più. Infatti, se non capitava mai che Luciano si addormentasse con il brodo della pastina in bocca, spesso era successo con le patate fritte e con le cotolette alla milanese. Non aveva fatto caso se succedesse anche con la pasta al sugo, ma considerato che a Luciano piacevano in particolar modo le penne al pomodoro, non aveva dubbi che anche quel piatto gli facesse lo stesso effetto.

Ma c’era una cosa che più di tutte tramortiva il fratello alla prima cucchiaiata, peggio di un narcotico: la mela grattugiata. Con quella Luciano cominciava a barcollare pericolosamente sullo sgabello accosto al tavolo già mentre la mamma si industriava nell’operazione di grattugiamento, era praticamente privo di sensi col piatto davanti e cadeva letteralmente in uno stato comatoso non appena il cucchiaino gli depositava sulla lingua la prima porzione di mela.

Una volta capito il meccanismo, Luigi aveva usato queste informazioni segrete in più di una occasione nella quale non gradiva la concorrenza del fratello. Ad esempio, l’ultimo Natale aveva insistito particolarmente per avere la mela grattugiata per frutta, nonostante ci fossero a tavola mandarini, ananas e melone bianco. Ovviamente anche Luciano, sentendo del desiderio di Luigi, aveva voluto favorire e, come previsto dal fratello, era collassato sulle gambe della zia Renata, che gli sedeva accanto al tavolo della festa. Eliminato in tal modo l’unico concorrente, Luigi aveva potuto presenziare all’apertura dei regali da solo e giocare a piacimento con la pista delle macchinucce, senza essere disturbato da nessuno.

Era successo forse qualche settimana prima, dopo una cena di quelle che avrebbe steso il fratello anche alle dieci del mattino, la mamma aveva preteso che pure Luigi se ne andasse a dormire e, dopo avere deposto il catalettico nel suo lettino, seguendo un rigido protocollo assolutamente necessario per conciliare il sonno, si era avvicinata al letto del figlio maggiore, gli aveva rimboccato le coperte e con voce bassa, per non disturbare Luciano, si era messa a raccontare.

La mamma tutte le sere raccontava una storia e tutte le sere era una storia diversa, anche se alle volte si trattava dello stesso argomento. Luigi chiudeva gli occhi felice e si preparava a volare con la fantasia dietro le trame dipanate dalla voce dolce di sua madre, fino a cadere in un sonno fatto di voli onirici e sempre avventurosi.

Una volta Luigi aveva chiesto a sua madre come facesse ad inventare avventure così meravigliose e complesse ogni sera e la mamma gli aveva risposto che non le inventava lei ma le prendeva dalla mitologia. Diceva la mamma che per millenni gli uomini si erano raccontati le storie così. C’erano dei tizi, che si facevano chiamare aedi, i quali non facevano altro che andare in giro da un posto all’altro per narrare le avventure degli eroi o le scappatelle degli dei, oppure qualche fatto che era successo nelle città più lontane e che magari, dove erano andati, non si era saputo.

Luigi più o meno aveva capito solo che c’erano questi aedi che se ne andavano bighellonando come i barboni da un posto all’altro e spettegolavano dei fatti che non erano i loro. E comunque lui di aedi a casa sua non ne aveva mai visti e quindi ancora non aveva capito come la mamma le sapesse tutte quelle storie che gli raccontava.

Una delle sue preferite era quella della guerra di Troia. Si vedeva tutte le scene in mente: Elena che veniva rapita e portata a Troia da Paride; l’assedio degli Achei alla città, che durava tantissimi anni, senza mai riuscire a stanare i Troiani; le battaglie mitiche tra Achei e Troiani, come quella tra Achille ed Ettore, dove quest’ultimo veniva battuto da Achille ma solo perché lui era invincibile; il tranello del cavallo, che si era inventato il più intelligente di tutti gli Achei, Ulisse. Tutte le volte che la madre chiedeva a Luigi di scegliere quale storia volesse sentire, il bambino chiedeva sempre di ascoltare una storia del ciclo troiano. La sua preferita in assoluto era quella di quando Achille si nascondeva in una specie di tempio, per non andare in guerra, e addirittura si travestiva da donna ma l’astuto Ulisse lo stanava e lo portava lo stesso a Troia.

Luigi, dopo aver sentito mille volte quella storia, ormai immaginava tutta la scena fin dall’inizio. Gli sembrava di vederlo Achille, grande e grosso con tutti i muscoli nascosti sotto il chitone, l’abito delle donne achee. Si disegnava in mente il volto barbuto di Ulisse che un po’ divertito studiava come fare a smascherare l’invincibile Achille. Gli veniva da ridere e quasi saltava sul letto, quando la mamma arrivava al punto in cui Ulisse, vestito da vecchio mercante, entrava al tempio con una cesta piena di stoffe e vestiti e tutte le donne presenti si gettavano a capofitto sulle merci ma solo una rimaneva come catturata dalle bellissime armi che Ulisse aveva nascosto in fondo alla cesta. Era Achille che, alla vista della lama luccicante della spada e dell’elmo dalla bella criniera, non aveva saputo resistere ed aveva dovuto toccarle e così facendo si era fatto sgamare.

Ma quella sera, mentre la mamma raccontava, Luigi non riusciva proprio a rimanere concentrato. Il piccolo seguiva la trama ma non riusciva a farsi trasportare come al solito. Il fatto è che gli venivano in mente una serie di domande a cui non sapeva dare risposta, quesiti a cui non aveva mai pensato prima, sentendo i racconti mitologici della mamma. Ad esempio, come era possibile che Ulisse, così sveglio com’era, non riuscisse a riconoscere Achille alla prima occhiata, anche se era vestito da donna?, oppure, ma davvero il tallone era un punto così letale? Lui per sicurezza da un po’ di tempo si metteva sempre le scarpe da pallacanestro, perché sono belle alte ed imbottite dietro ma gli sembrava lo stesso starno.

La mamma gli aveva detto una volta che Ulisse non aveva riconosciuto Achille perché questi era sotto l’effetto di un sortilegio, una sorta di metamorfosi magica, e così Ulisse non lo poteva scoprire subito. Gli aveva detto anche che alla fine Achille era morto perché la freccia che lo aveva colpito era avvelenata, altrimenti non gli sarebbe successo niente di così grave.

Ma una cosa non aveva avuto il coraggio di chiederla alla mamma. Come si faceva a diventare invincibili come Achille? Luigi si ricordava di una storia in cui l’eroe acheo da bambino era stato immerso nel sangue di un drago, in un fiume di sangue magico, e perciò era invincibile, e siccome sua mamma, Teti, per immergerlo lo aveva tenuto per il piede sinistro, ecco come mai aveva il tallone vulnerabile.

La faccia meditabonda del bimbo alla fine aveva colpito l’attenzione della mamma che aveva smesso di parlare e gli aveva chiesto a cosa stesse pensando. Luigi allora, con il muso accartocciato in riflessioni più grandi di lui, le aveva chiesto se quando suo padre Antonio era stato immerso nel fiume di sangue del drago, fosse stato tenuto dalla nonna Graziella per il braccio sinistro. Eh sì, perché che anche suo padre fosse invincibile, questo per Luigi era fuori di dubbio. Ne aveva parlato anche con Luciano e, dopo lunghe meditazioni, erano giunti alla stessa conclusione, che il papà fosse come Achille, quanto a indistruttibilità. Lo dimostrava il fatto che era capace di andare a dormire tardissimo e di svegliarsi prestissimo senza morire e che mangiava da solo in una volta, quello che loro due mandavano giù insieme in una settimana. E poi era una montagna e quando a loro due capitava di fare la pennichella pomeridiana con lui, lo avevano sentito personalmente russare così forte da far venire il terremoto. Si erano anche ricordati di quelle volta al mare, in Sicilia, che entrambi avevano avuto paura dell’acqua, perché era così alta da sembrare che potesse, da un momento all’altro, cadere sulla spiaggia e travolgerli tutti. Si erano calmati solo quando il padre li aveva presi entrambi con sé e se li era portati a nuotare, mettendoli su una spalla e l’altra. Ripensandoci, avevano convenuto che era stato come girare su un motoscafo, sul quale, per inciso, loro non erano mai saliti, ma doveva essere senz’altro così. Insomma uno così di sicuro doveva essere come Achille.

Quando un pomeriggio di qualche mese prima lo avevano visto all’improvviso sbiancare e crollare quasi su una poltrona di casa, si erano preoccupati moltissimo. Comandati dalla mamma, che in quella occasione si era comportata come un generale, Luciano era schizzato in cucina a prendere un bel bicchiere di acqua fresca e Luigi aveva dovuto massaggiare, con delicatezza e a lungo, il braccio sinistro del papà, dalla punta delle dita, che gli erano sembrate insolitamente bluastre, fino all’attaccatura della spalla. Dopo un po’ Antonio aveva ricominciato a parlare, ma molto piano, e a ringraziare i suoi due ometti, che gli stavano prestando soccorso. Luigi e Luciano, una volta passata la paura, si erano subito mostrati particolarmente orgogliosi di essersi resi utili.

Ma da allora un pensiero assillava Luigi. Era possibile che, nonostante la storia di Achille fosse così conosciuta, la nonna Graziella aveva commesso l’imprudenza di lasciare fuori il braccio di suo padre dal fiume di sangue magico, quando ce lo aveva bagnato? Possibile che la nonna non la conoscesse? Se era così, allora questo fatto che il papà avesse provato male al braccio era grave e bisognava farci attenzione.

Quando si riebbe dalla sorpresa, la mamma chiese spiegazioni a Luigi e così il piccolo le raccontò tutta la storia e la mise a parte delle sue preoccupazioni per l’incolumità del papà.

I figli alle volte fanno o dicono cose che superano la loro età, e per quelle occasioni le madri hanno una espressione apposita, che raccoglie assieme la tenerezza, la preoccupazione e l’orgoglio. La mamma di Luigi, con quella precisa espressione in volto, cercava qualcosa da rispondere al figlio. Quando la trovò, il suo bel viso olivastro passò dalla contrizione al divertimento e a Luigi spiegò che non doveva preoccuparsi per il papà, perché la nonna Graziella, la storia di Achille la conosceva benissimo. Infatti, quando aveva fatto fare il bagno nel sangue di drago al papà, lo aveva immerso tutto intero e per sicurezza ci aveva messo dentro anche la mano che lo reggeva.

La bocca spalancata di Luigi diede la certezza alla mamma che il bambino avesse preso sul serio la sua risposta. Ora il piccolo poteva finalmente tornare a rigirarsi libero nel suo lettino, in attesa che il sonno lo prendesse tiepido e che il bacio della mamma ponesse fine alla coscienza di questa ulteriore giornata.

Solo una cosa rimase, buffa, tra il sonno e la veglia, a cullare i suoi pensieri vivaci, l’idea che nella tomba di sua nonna, morta da più di un anno ormai, ci fosse ancora un braccio invulnerabile che cercava in tutti i modi di uscire.

lunedì 18 febbraio 2008

amor omnia vincit


ho trovato in un angoletto sperso del mio pc questo raccontino... un vero pezzo di bravura! ovviamente non è mio! ma credo che sarà una lettura piacevole.

Sciacquabudella

tutto giù, in un solo sorso, che se no, a tenerlo in bocca e sorseggiarlo, avrebbe dato di stomaco. poggiò il bicchiere sul tavolo che sembrava lo volesse rompere. tonf. era un bicchiere largo e basso da whiskey, dentro c'erano due cubetti di ghiaccio ancora quasi intatti. afferrò il manico della brocca, la agitò e riempì di nuovo il bicchiere, mentre ancora pensava a lei. lui pensava sempre a lei: di mattina, di pomeriggio, di sera e di notte. mentre preparava da mangiare, mentre guidava la macchina, mentre era a lavorare, mentre si vestiva e persino quando era al bagno. c'hai presente un’ossessione? ecco, così! perché lui quando si innamorava era così che si riduceva.

tutto giù, anche il secondo bicchiere, come quell'altro, sempre sbattendolo forte sul tavolo. tonf. e quanto gli piaceva fare quel rumore lì. piccolina, ma non troppo, con gli occhi vispi vispi che sembrava quando porti un bambino in gelateria, solo che lei era sempre così. e la bocca, la bocca era a forma di cuore, almeno così diceva sempre lui, ma io non l'ho mai vista. e se proprio te lo devo dire, secondo me questa cosa della bocca è un po’ come quando il dottore ti fa vedere le macchie di inchiostro e tu devi dire cosa ti sembra: se ci vedi tuo padre spappolato e sanguinante, c'hai il complesso di Edipo. lui era innamorato, e vedeva una forma di cuore dove invece secondo me c'era solo una bocca normalissima. ma comunque, fatti suoi. capelli un po’ lunghi e un po’ no, una mezza lunghezza insomma. un bel sederino e tutto il resto. una di cui ci si innamora. agitò la brocca, riempì il bicchiere, lo alzò fino alla bocca.

tutto giù, pure il terzo, che a lui sembrava ci fosse qualcosa da festeggiare assolutamente quel giorno. tonf, ovviamente. e che cosa stava festeggiando? il quarto incontro con lei, quello migliore di tutti quelli che c'erano stati fino ad allora, l'incontro della svolta. agitò ancora, versò di nuovo. eh si, perché fino ad allora non erano stati granché ‘sti incontri. a parte quella volta che l'aveva incontrata per le scale, mentre un altro po’ moriva per portare su al terzo piano, dove stava lei e pure lui, una bustona della spesa strapiena. lascia a me, aveva detto, la porto io, tanto andiamo allo stesso piano. un vero cavaliere era stato quella volta lì. e secondo me pure lei l'aveva pensato, visto che poi gli offrì pure un caffè di ringraziamento. era la terza volta che parlavano, ma in assoluto la prima che il discorso andasse oltre il solito, ciao, ciao. quella volta scoprì come si chiamava, uno di quei nomi composti, che tu pensi, io i nomi composti li odio, e poi conosci una persona e improvvisamente ti piacciono i nomi composti.

tonf. era il quarto, tutto giù, che quando agitò la brocca si accorse che ormai il ghiaccio nel bicchiere era sciolto; e calda quella roba lì non si poteva proprio bere. si alzò e prese dal frigo altro ghiaccio. lo mise nel bicchiere, stavolta tre cubetti, agitò la brocca e versò. tutto giù senza pensare, il quinto come il primo, il secondo, il terzo e il quarto. la brocca era vuota, ma da bere ce n’era ancora, e quanto! aveva appena iniziato. che questa cosa di bere gli era venuta in mente appena era rientrato, entrando nel cesso di casa sua. -ti ricordi quello che avevi detto- disse lei appena lui era uscito di casa qualche ora prima -che se avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa sarei potuta venire a chiedere a te?- disse. -ma figurati, fa pure con comodo, tanto io stavo giusto uscendo, il bagno è lì in fondo, poi quando hai finito lasci duemila lire sul mobile all'ingresso, tiri la porta e te ne vai-. anche la battuta gli era uscita, e non era nemmeno così male, anche se poi stette tutta la mattina a ripensarci e chiedersi se aveva fatto bene.

gli toccava andare a riempire la brocca, se voleva finire ciò che aveva iniziato. non è che bevesse per sete, ma perché era una cosa che in quel momento andava fatta, perché così gli diceva la testa. lei era entrata mentre lui usciva, insomma, era andata lungo il corridoio, fino in fondo, era entrata nel bagno, riempito la vasca e si era lavata. dalla testa ai piedi. si era fatta un bagno caldo, sommersa di schiuma e, sebbene non ci fosse nessuno lì a sentirla che potesse raccontarmelo, io sono convinto che ha anche canticchiato tutto il tempo. trallallà trallallà! che roba!

poi a fine mattinata lui era rincasato, che sempre rincasa a fine mattinata lui. fa il professore in un liceo, nonostante è ancora tanto giovane, uno sbarbatello diresti. ha buttato la borsa sul mobile all'ingresso e ha visto le duemila lire lì in bella vista. da un lato sembrava che lei non si fosse accorta che lui scherzava, dall'altro che volesse in qualche modo continuare quel gioco. mah! vado prima in bagno e poi ci penso, si disse. camminò per il corridoio come stava facendo adesso con la brocca in mano, ma allora stava senza brocca, lo percorse tutto fino in fondo. aprì la porta e pisciò.

la sorpresa arrivò nel momento in cui lui si girò. aveva aperto la porta, aveva camminato, aveva pisciato, ma solo quando si girò si accorse che la vasca era ancora piena di acqua e schiuma. solo allora si accorse che lei, quella col nome composto e gli occhi vispi vispi, quella piccolina con la bocca forse a forma di cuore e forse no, lei, la donna di cui si era innamorato come gli succedeva solo quando era un ragazzino, e non è che adesso fosse molto più vecchio, aveva dimenticato di svuotare la vasca. e la vasca era lì, ancora tutta piena dell'acqua nella quale si era lavata lei. non è che lui fosse matto, no, ma quell'idea gli venne lo stesso, che doveva averlo visto in qualche film credo. solo per quello, e per nient'altro, checché se ne dica, solo per quel motivo, una volta che la brocca fu vuota, lui si alzò, percorse tutto il corridoio, ma tutto tutto, entrò nel bagno, la immerse per riempirla di acqua e schiuma e si avviò di nuovo verso la cucina.

agitò la brocca, versò un bicchiere di acqua e schiuma, osservò il ghiaccio galleggiare mentre tirava su il bicchiere. tutto giù, in un solo sorso, e poi tonf, che quel rumore gli dava coraggio come pochi altri rumori, e ne aveva bisogno di coraggio se davvero voleva finirsi tutta la vasca entro sera.

domenica 27 gennaio 2008

Big ice/sun-flowers


mi piacciono molto l'aria invernale, il ghiaccio per strada nelle zone d'ombra, le nuvolette di vapore dalla bocca, la pelle bruciata dal freddo, il profumo consumato dei toppi battuti dal vento. mi piace che tutte queste sensazioni siano effimere, che l'inverno abbia proprietà antisettiche, che durante le sue giornate corte sia più facile trovare luoghi isolati. insomma non ci avevo mai pensato... ma in inverno si fanno foto molto molto più belle.

domenica 6 gennaio 2008

quando ci sta la salute


Ho mangiato lenticchie, salutato greggi di pecore, giocato a tombola e sette e mezzo, scommesso ai cavalli, comprato biglietti della lotteria di Capodanno, del Gratta e Vinci e pure del Superenalotto ma per vedere un gruzzoletto ho dovuto attendere che regalassero a mia sorella un'ottantina di euro in monete da 10 cents! Duemilaeotto ti attendo al varco...

sabato 6 ottobre 2007

Meditazioni atmosferiche


alazzo roditore guardi la mia pancia pallone













Nuvole bocconi grossi
masticati chissà dove.
Vento accompagnatore
le spinge con due dita
le porta altrove.
Meglio sia così.
Nuvole indigestione
quando non le ingoia
il vento, stanno ferme
sullo stomaco e piove.

16/05/01


La foto l'ho scattata mentre me ne stavo steso al sole a godermi la natura. Le parole le ho scritte in una circostanza simile. Ho pensato che fosse il caso di farle incontrare.