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martedì 30 marzo 2010

eros e thanatos

fa caldo, fa un caldo da matti, con i vestiti che ti si appiccicano addosso, manco fosse agosto. e invece è metà maggio, neanche. fino a meno di un mese fa era ancora inverno e adesso non si può stare più.
pasquale malavia non troppo se ne importa, che tanto questo è più un problema dei cittadini, che vivono giù, vicino ai fiumi. casa sua sta più in alto, sul piano, dove l'afa non c'arriva. e poi questo fatto del caldo improvviso gli sta facendo fare pure begli affari. pasquale fa il finanziere ma sottobanco, insieme alla mogliera, si fa pure un poco di contrabbando, carne, olio, un poco di sigarette, medicine quando serve, insomma, quello che si trova.

quel giorno sullo spiazzo davanti a casa sua si affaccia un calesse e da sopra scende niente meno che don salvatore viceré in persona. e questa è una cosa strana, pensa subito pasquale. di questi giorni qui vedere salvatore viceré che se ne va in giro, invece di stare a casa, è talmente insolito, che lui e quei quattro amici e clienti, diciamo così, che stanno giocando a bocce sotto al pergolato, si fermano tutti, zitti zitti, immobili come statue.

salvatore viceré è uno all'antica che ancora porta l'oro all'orecchio, come i fattori dell'ottocento, e preferisce girare con la giumenta piuttosto che salire su quegli scopparielli moderni. è zoppo al piede destro per via del pizzico di un gallo andato in cancrena. l'alluce alla fine se n'è caduto quasi da solo. ringrazia dio che non ti è marcita tutta la gamba, gli disse allora il dottore, bravo quel dottore, ad avercene così, si chiamava don giuseppe, quello che poi diventò un signor scienziato, apparteneva ai moscati. e comunque salvatore ringraziò davvero, e di cuore, perché per via di questa piccola menomazione si sparagnò la chiamata alle armi per la grande guerra.
salvatore e la moglie, angiolella, sono tutti e due molto religiosi, quasi dei bizzochi, e sono molto ben considerati da tutta la loro contrada e pure da quelle vicino. capita che, se si deve risolvere una questione delicata, allora chiedono a salvatore di fare da arbitro, perché lui è uomo di conseguenza, che sa tenere calme le cose e non se la piglia se qualcuno gli risponde male nella concitazione del momento.

tutti i cafoni dal campo di bocce fanno un cenno di riverenza con le coppole e le pagliette e pure i cittadini, che per la maggior parte non sanno chi sia questo ospite di riguardo, calano un pizzico la fronte, senza sapere neanche loro perché.
pasquale malavia, la faccia impenetrabile come sempre, si rende conto quasi subito che il nuovo arrivato non è sicuramente venuto per farsi un bicchiere di vino e una chiacchiera a bocce. salvatore viceré non è il tipo. è rimasto vicino al calesse e si accarezza la bella cavalla che lo traina, controlla che briglie e morso siano in ordine, insomma fa di tutto per rimanere in disparte. così, come gli altri compari tornano a giocare, pasquale, con mosse stanche e lente, si tira su dalla sedia e lo raggiunge.

pasquale malavia è uno sempre allegro, piccolo di statura, smilzo e dai capelli portati corti corti. per i pidocchi, dice lui, hai voglia a spiegargli che tanto con tutto il DDT che si butta addosso, ma di quello buono, americano, comprato sul mercato nero pure quello, non c'è pericolo di pidocchi e nemmeno di piattole. lui si trova meglio così e quindi così continua a fare. durante gli anni bui, lui che ha 8 figli sulle spalle, si è dovuto ingegnare parecchio per non fargli mancare il necessario. è stato allora che si è comprato la raccomandazione dal prefetto, per avere quel posto di finanziere. per tutta la guerra, questa volta la seconda, e anche un po' oltre, è andato a napoli ogni mattina per servizio. e questa cosa gli è andata giusta giusta, così ha potuto fare il contrabbando senza che nessuno sospettasse niente. d'altra parte, chi se ne sarebbe dovuto accorgere, visto che i controlli li faceva lui? pure pasquale malavia è uomo di conseguenza, però di tutt'altra pasta rispetto a salvatore viceré. lui le cose che si dicono sul suo conto se le ricorda sempre e qualche volte se le segna pure.

salvato’, buongiorno., buongiorno a voi, pasqua’., in famiglia tutto bene?, 'ngraziando a dio. e a voi?, uuuuuuh e questo la vuole pigliare proprio votando, pensa pasquale, di chiedere quello che gli serve, niente. pasquale non è fesso, se salvatore viceré viene da lui è probabile che gli serve qualche cosa che solo qui si può procurare. salvatore di solito non è uomo che si abbassa a questo genere di scambi, preferisce che a casa tirano un po' la cinghia, piuttosto che comprare di contrabbando. pasquale non troppo la capisce sta cosa, anche perché, se tutti la pensassero così, statti buono agli affari ma in fondo a uno come salvatore il rispetto è dovuto. resta il fatto che se sta lì, deve essere cosa seria.

e infatti salvatore è lì per avere un pezzo di ghiaccio, che pure se ancora non è arrivata la stagione, già fa così caldo che non se ne trova più in giro. il fatto è che a sua moglie angiolella, in questi giorni l’ha pigliata di nuovo il panteco. povera femmina, da quando ha dodici anni che tutti gli anni, almeno una volta, le vengono le mosse pilettiche e si comincia a sbattere e dimenare dove sta sta. le dura per una settimana precisa, in cui nessuno le può andare vicino, se no è capace che ti mozzica e ti stacca un dito o un orecchio, senza neanche accorgersene. dopo trenta anni di matrimonio, salvatore è riuscito ad ammansirla e sarà una decina d’anni che quando alla moglie gli piglia così, lui è l’unico che le può dare assistenza. è così che si è accorto delle parole.
angiolella c’ha il dono e, fino a che salvatore non era potuto stare vicino a lei, nessuno se ne era mai addonato. quando le pigliano le crisi, mentre si dimena come se c’avesse un serpente che la abballa in pancia, il suo corpo le fa fare le cose più sconce che salvatore abbia mai visto ma, nel frattempo, angela parla e dice cose sante, racconta dei morti, o meglio, i morti raccontano le loro cose tramite lei. è come se, quando le piglia, angela diventasse una sorta di finestra tra il mondo dei vivi e quello dei morti e allora per una settimana all’anno, fino a che la finestra sta aperta, da quell’altra parte, tutti i morti si accalcano a parlare, tutti insieme, per far arrivare i propri messaggi ai parenti. salvatore, che è sempre stato uomo faticatore, timorato del signore e coi piedi ben piantati per terra, non si è riuscito a fare capace di questa cosa fino a quando, tra le varie farneticazioni che la moglie cacciava, una volta si è trovato a sentire un messaggio del padre, don antonio, buonanima, che gli diceva sotto a quale cerza aveva atterrato la pignata coi piccioli, prima di morire, quando lui era ancora criaturo. salvatore, per scrupolo, ci è andato veramente a scavare sotto a quella cerza e i soldi del padre li ha trovati proprio dove gli aveva detto la mogliera. signore iddio un tesoretto, veramente, con cui poi aveva costruito buona parte delle sue fortune!
e da allora, cioè da quando si è convinto della cosa, salvatore ha cominciato a segnarsi le parole che i morti vogliono lasciare e poi, a settimana finita, se ne va casa casa per consegnare i messaggi. è anche per questo che salvatore e angiolella sono portati in palmo di mano da tutti.
la settimana del panteco, dello spavento, così la chiamano in famiglia, di solito capita sempre a mezza primavera. può sgarrare massimo di un paio di settimane prima o dopo ma, immancabilmente, tra aprile e maggio deve succedere. allora angiolella si dimena ininterrottamente giorno e notte e ininterrottamente parla. è praticamente impossibile per salvatore starle dietro tutto il tempo e la maggior parte dei messaggi infatti va perduta, perché lui o non fa in tempo a scrivere, visto che deve pure occuparsi della moglie nel frattempo, oppure va a fare i propri bisogni oppure, ogni tanto, un’oretta di sonno pure lui se la deve fare.
questa primavera la crisi è arrivata puntuale, è il caldo ad aver fatto prima del dovuto e angela, con tutto quel muoversi e col fatto che per una settimana intera non beve, non mangia e non dorme, sta molto più affaticata del solito. la povera donna comincia pure ad averci un'età, ormai sono quasi cinquanta. insomma salvatore a sto giro sta preoccupato assai e allora ha pensato fosse meglio trovare del ghiaccio per aiutare angela, per rinfrescarla un poco.

quando alla fine salvatore viceré si decide a chiedere quello per cui è venuto, pasquale, senza aggiungere altro, corre a prendere un bel pezzo nella ghiacciaia, cioè in quel fosso dietro al capannone del tabacco, dove tiene ficcato il sacco di iuta pieno di paglia col ghiaccio dentro, così rimane bello isolato e non si squaglia.
pasqua’, grazie tante. quanto vi devo per... il disturbo?, salvato’, niente, a buon rendere. e se per caso vi capita che angiola vostra vi dice qualche cosa da parte di mio padre, buonanima, fatemi il piacere, non ve la segnate e non me la venite a dire. così stiamo pari. tanto sarebbero tutte iastemme contro a me.
i due si guardano per poco più di un attimo e poi sulla faccia di entrambi si taglia un sorriso.
pasqua', che vi posso dire? siete un brav’uomo., non ci pensate, salvato’. e la settimana prossima, di sabato a sera, quando la vostra signora si sarà rimessa, mi farete cosa gradita se vorrete venire qui da me, che facciamo una serata danzante. e portate pure i vostri figli., non mancherò. salutammo., salutammo.

e a quella festa si innamorarono i miei nonni.

lunedì 1 marzo 2010

passano i bastimenti

dopo essermi rotto le ossa per tutta la notte su un treno fetente fino a ventimiglia, scopro che i francesi scioperano a tempo indeterminato e che quindi il mio biglietto con destinazione aix-en-provence, dal confine in poi, non vale più un cazzo. succede in un momento imprecisato tra le cinque e le sei del mattino, il mio cervello prenderà servizio non prima di tre ore da adesso, quindi al momento sono a corto di idee. si deve vedere parecchio, visto che più o meno tutti gli altri passeggeri della carrozza in cui sono sistemato si sforzano di darmi qualche consiglio. ti conviene tornare indietro, grazie ci penserò, ma lo sai che san remo in questa stagione è davvero bella, grazie lo terrò presente, ma lo sai che se riesci ad arrivare fino a menton, poi c'è un pullman privato che forse funziona, grazie buono a sapersi. non riesco nemmeno ad essere preoccupato, quindi faccio l'unica cosa che uno bloccato a ventimiglia, più o meno a metà strada tra il luogo di partenza e quello di arrivo, possa fare tra le cinque e le sei di un mattino di metà dicembre.
cerco un bar.
barista un caffè, che poi chi lo sa se a ventimiglia lo si può ancora chiamare caffè o già è diventato ciofeca. ecco il caffè al signore, grazie. zucchero, giro, sorseggio. buono sto caffè, barista ti sei guadagnato un cliente, veramente io preferirei una mancia. il barista c'ha ragione ma io la mancia non glie la lascio lo stesso.
neanche faccio a tempo ad uscire dal bar che incontro un tipo, un canadese fuori di testa, che mi si rivolge con spiccato accento dei parioli. le sei ore successive sono così assurde che credo di averle sognate. jean francois, così si chiama il matto, dice di fare per professione il rappresentante di una fabbrica d'armi, dice pure che è famoso, in italia, è stato pure da mauriziocostanzoshow, ci è stato perché ha tentato di rapire i due figli alla ex-moglie italiana che non voleva più farglieli vedere (e chissà come mai!?). in effetti è credibile questo fatto che, se fai qualcosa di sbagliato, da noi vai in tv, mica in galera, ma secondo me, questo è solo un cazzaro, magari un tantino al di sopra della media. vai a sapere il motivo, mi lascio convincere a seguirlo, forse perché non so come dirgli di no, forse il fatto è che, con quegli occhi spiritati e la parlantina a scatti, mi fa veramente paura sto tipo. comunque sia, rimango coinvolto in una serie incredibile di autostop a catena, nel tentativo di utilizzare una macchina della polizia di montecarlo come taxi abusivo e l'ultimo pezzo del viaggio fatto estorcendo un passaggio a pagamento a un furgone, che non glie ne fregherebbe un cazzo di arrivare fino a nizza per noi. ma jean francois non è tipo che accetta un no come risposta e quello alla fine si fa convincere.
sul lungomare di nizza, mentre ormai temo che non riuscirò mai più a scollarmi lo psicopatico dalla giubba rossa (si fa per dire), quello trova un tipo disposto a portarlo in moto fino a marsiglia, dove lo attende un aereo che, non ho capito bene perché, deve prendere assolutamente, questione di vita o di morte, dice lui. mentre lo vedo sparire sulla motoretta, mi viene da pensare che forse così cazzaro poi non doveva essere e a ripensarci un certo brivido mi corre dietro la schiena.
una volta solo, mi guardo intorno e mi viene da pensare che ora sì che sono davvero fottuto. è praticamente impossibile per uno come me, che ha 19 anni e mezzo, in tasca solo settantamila lire e un biglietto del treno, valido esclusivamente da ventimiglia a scendere, che per di più non parla una cazzo di parola in francese, anzi una sì, merci, ma la pronuncia male, per uno così, dicevo, è impossibile arrivare fino a destinazione, a quasi 200 km da dove sono adesso. quasi quasi mi viene da piangere.
mi sistemo su una panchina per riflettere e un barbone si mette a fissarmi, devo fare pena anche a lui, penso, con la faccia appesa che mi ritrovo o forse è preoccupato che stanotte gli rubi il giaciglio. a un certo punto mi dice pure qualcosa che, a giudicare dal tono, non deve essere molto cortese. io non so come rispondere, quindi gli dico, merci, e me ne vado.
a spasso per un altro po'. però questa cacchio di nizza è bellina, c'ha una passeggiata sul mare veramente niente male. sarà per il sole di dicembre, che uno non se lo aspetta, sarà per il fatto che alle panchine ho capito che è meglio se non mi ci avvicino, ma mi viene in mente che il posto migliore dove riposare un po' e magari vedere se il cervello si rimette a funzionare, forse è proprio la spiaggia.
infatti col culo sulla sabbia tutto sembra più semplice. sono a piedi nudi, vestito con un discretissimo maglione arancione a spine di pesce blu e verdi, è un regalo di mamma per natale scorso, brutto in culo ma caldissimo e, siccome stavo andando in francia, quindi al nord, ho pensato che era meglio vestirsi pesanti, adesso sono in spiaggia coi francesi che mi guardano e pensano, però quel barbone che bel maglione arancione che c'ha, adesso sono qui e pure se non so che fare, già mi sento un pochino meglio.
è più o meno allora che mi accorgo di quante navi stiano passando davanti a me. partono, arrivano, chi lo sa che fanno o dove vanno e chi lo sa perché. a guardarle mi passa del tutto la preoccupazione, anzi, quasi quasi mi sento felice. guarda che bello il mare anche fuori stagione e guarda queste navi che, pure se sono lente a comparire e poi a sparire, mi sembra che coi loro tempi lunghi e i loro modi pacati ci hanno capito tutto della vita.
credo che il sonno mi sia arrivato proprio mentre pensavo quella cosa lì delle navi. una delle migliori dormite della mia vita.

lunedì 12 ottobre 2009

i dengbej


i dengbej, loro sono cantori, antichi e vecchi al tempo stesso. sono poeti ed io mi sono perso per mezzo pomeriggio a sentirli narrare storie in versi, in rima, improvvisando.



le ultime ore a diyarbakır mi sono scivolate dentro, come il tè caldo, in questo strano luogo di pace, la casa dei dengbej, dove sembra che il mondo esterno possa entrare solo quando questi maestri glie lo consentono tramite i loro racconti.


sarei rimasto ancora a non capire nulla di quelle che devono essere state storie d'amore, di campi di rose e fiori, di antiche ed epiche battaglie del tempo della fenice, di giochi complicati come la vita da queste parti.

ah sì, io sarei rimasto. ma loro, i dengbej, a un certo punto si sono stufati di dedicare il proprio tempo alla poesia e semplicemente si sono alzati e salutando, anche me, sono andati via.


uno di loro doveva andare in moschea, l'altro c'aveva la moglie che, se faceva tardi a cena e chi se la sentiva poi, un paio si stavano avviando al caffè a giocare a dama, loro una moglie non ce l'avevano più. c'era chi voleva perdere tempo e chi il tempo non ce lo aveva proprio.


questo ho potuto immaginare nei loro scambi di parole e non lo so se sia andata davvero così, ma credo di sì, che la poesia in fondo a un certo punto si mette sempre a parlare di mogli e caffè e religione. almeno io ho sempre creduto così.

martedì 29 settembre 2009

hasan, come?

hasan è un prigioniero arabo. lo hanno preso i turchi non lontano dalla rocca, stava cercando una breccia o qualche via di accesso praticabile per riuscire nella conquista di questa imprendibile città insieme ad altri suoi compari. certo la sua non è una situazione facile, è un soldato che è stato catturato dal nemico non sul campo di battaglia ma mentre tentava un attacco a sorpresa, e questa cosa qui non è proprio ben vista. si è beccato l’accusa di essere un attentatore alla sicurezza della città, cosa indiscutibilmente vera, e anche quella di essere una specie di terrorista dell’epoca, certa propaganda insomma non ce la siamo inventata noi adesso. risultato, condanna a morte sicura. cazzo, hasan a tutto pensava, quando è partito da damasco al seguito del suo sultano, ai bottini, alle avventure, alle donne, magari anche a una morte onorevole, ma di fare la fine del topo, strangolato in una cella umida scavata nella solida roccia, questo proprio non può mandarlo giù. i turchi poi sono gente sbrigativa, efficiente, ieri ti hanno catturato, oggi ti condannano a morte e puoi stare sicuro che entro il tramonto di domani il tuo corpo sarà appeso a una fune fuori dallo strapiombo a farsi mangiare dalle cornacchie. così, pensano loro, se altri volessero riprovarci sapranno cosa li attende, niente nuda terra, niente paradiso con le vergini, solo cornacchie. e ad hasan, questa cosa delle cornacchie proprio non gli piace.

al mattino seguente, poco dopo l’alba, vengono due guardie a buttarlo giù dal paglione, vogliono portarlo sul bastione della cittadella, perché dicono che devono fargli vedere una cosa. mamma mia quella mattina il povero hasan che brutto quarto d’ora che passa, gli tremano così tanto le ginocchia che nemmeno ci riesce a camminare e i due giannizzeri devono portarlo a braccia. intanto hasan è lì che pensa, passi per l’efficienza ma qui si esagera, io avevo creduto sarebbe successo al tramonto, tipo mentre mi portavano la ciotola con l’ultimo pasto, la guardia mi avrebbe preso alle spalle e mi avrebbe fatto uscire gli occhi dalle orbite, strangolandomi così, senza quasi farmene accorgere. e invece dove mi portano, cos’è che vogliono farmi adesso sulla cittadella, stai a vedere che hanno deciso di impiccarmi direttamente dal bastione, mi legano una fune intorno al collo e mi buttano venti metri più sotto, dove per il contraccolpo la cervicale si spezzerà e la testa resterà ancora viva per qualche secondo a guardare quello che una volta era stato il mio corpo penzolare un buon metro più in basso, attaccato solo per la pelle ormai. ma i turchi, che quella mattina si vede che non c’hanno proprio niente di meglio da fare, in realtà vogliono solo fargli vedere dove appenderanno il suo corpo, fargli fare conoscenza con le cornacchie che se lo spolperanno, divertirsi un po’ con lui insomma, e dopo pochi minuti lo riportano indietro. tornato in cella hasan pensa due cose, la prima è che si è pisciato nei pantaloni e la seconda è che le cornacchie gli stanno proprio sul cazzo.

quando è partito, suo padre ahmed glie lo ha detto non si sa quante volte, prima di lasciarlo andare via, tieni sempre la testa sulle spalle, tieni sempre la testa sulle spalle, e lui scemo non l’aveva certo interpretata in senso letterale. ah, è proprio vero che quando si raggiunge quell’età in cui il momento di andarsene è più vicino di quello in cui si è arrivati, spesso si riconosce che i nostri vecchi ci hanno donato, attraverso le loro parole, la via per giungere al volere di allah, che sempre veglia su di noi. e anche questa è un’altra cosa che succede, quando si sta più di là che di qua, pensa hasan, si diventa molto molto più religiosi. e proprio mentre se ne sta lì a cercare di ricordarsi almeno qualcuno dei novantanove nomi di allah, tanto per sgranare qualche buon rosario con le catene che lo tengono prigioniero e tirare un po’ su il suo credito presso il misericordioso, hasan viene colpito, fulminato quasi da quanto è vero quello che ha appena pensato, cioè che nelle parole di suo padre si compie il volere di allah. aspe’ come gli disse di preciso il vecchio ahmed quando lo salutò, no, non la cosa delle testa sulle spalle, cosa disse subito prima, quel buon vecchino che, nella sua infinita bontà, allah non permetterà mai che sopravviva al proprio figlio e, siccome ancora non è il momento di ahmed, allora l’onnipresente sarà d’accordo che non può essere nemmeno quello di hasan, come cazzo disse ahmed. ah, ecco, erano nella stalla, lui stava per sellare il suo solito baio berbero, sheraz, quando ahmed gli disse, no, prendi zehir, il mio stallone arabo, il tuo è un buon cavallo ma senza sorprese, sia nel bene che nel male. quando si va in guerra, alle volte serve di poter volare. aveva detto proprio così suo padre, alle volte serve di poter volare.

è passata da poco l’ora della preghiera del mezzodì, quando hasan si mette a fare voci in cella. i suoi compagni di sventura, dalle gabbie accanto, pensano che il poveretto deve essere impazzito ora che sa di dover morire. adesso si è messo a sbraitare che i turchi non si stanno comportando come uomini, che va bene condannare a morte uno come lui e che ammette anche di essersela meritata la sua fine, ma non si è mai visto che a un condannato non si conceda almeno l’ultimo desiderio. gli altri prigionieri sono lì a pensare che adesso al povero hasan, invece di ammazzarlo e basta, verranno a spezzargli le gambe e le braccia e, se non la smetterà di gridare, gli taglieranno anche la lingua e gli faranno esplodere gli occhi con un ferro arroventato e poi lo strangoleranno lo stesso, naturalmente. in effetti anche hasan è preoccupato che finisca così ma, se vuole mettere in opera il suo piano, allora non ha scelta. quando la porta della cella si apre e gli si para davanti uno dei giannizzeri che la mattina si è divertito con lui, hasan pensa che le cose stanno andando proprio come ha calcolato. il colosso con la faccia da mulo coi baffi, quando entra, fatica a tenere le risa che gli scoppiano, pensa di avere davanti il classico esempio di meschinità araba, uno che di fronte alla morte si piscia sotto e che adesso farebbe di tutto per tentare di ingraziarsi i suoi aguzzini, magari anche vendere i suoi compagni, e vuole proprio vedere fino a che punto questo arabo piccolo piccolo vuole arrivare. così gli chiede quale sarebbe questo ultimo desiderio ed hasan, pronto, gli dice che vorrebbe per l’ultima volta cavalcare il suo bel destriero, cui è tanto affezionato, che gli è stato sequestrato quando lo hanno preso. naturalmente lo sa, dice hasan, che non lo lasceranno mai andare a farsi un giro a cavallo ma lui si accontenterebbe di montare il suo zehir anche solo per poco, anche nel punto più alto e sicuro della rocca, anche sul bastione, sì. la guardia si allontana ragliando e torna subito dopo con una risposta affermativa. i grandi turchi sanno essere misericordiosi come insegna allah e concedono ad hasan di fare un ultimo giro sul suo cavallo, in cima al bastione. in cambio quando scenderà da cavallo lui sarà così gentile da rivelare loro il luogo dell’accampamento del suo sultano.

mentre monta zehir e lo porta al trotto in una sorta di piccolo giro sulla punta più alta della rocca, proprio sopra lo strapiombo creato dal passaggio del fiume tirgi, mentre guarda con piacere il fiume insolitamente ingrossato per la stagione, hasan pensa a quello che deve fare, pensa che anche volendo non ha altra scelta e comunque è meglio finire così che asfissiato dalle mani di un turco. pensa a tutto questo, hasan, e a suo padre ahmed che prega per lui, e ad allah, che sia fatto il suo volere. pensa poi alle forti zampe di zehir, quando lo lancia a tutta briglia verso il parapetto del bastione e lo spinge al salto più lungo che un cavallo abbia mai fatto, per cento metri giù nella gola fino a schiantarsi, ad esplodere letteralmente al contatto con l’acqua. del povero cavallo non rimangono che i finimenti e le costole fracassate ma il suo padrone è in acqua, ancora vivo. il colpo è stato tremendo ed hasan ricorda solo di aver visto per un istante il suo cavallo volare in mezzo alle cornacchie, una volta tanto prese alla sprovvista. la corrente già lo trascina via e passerà un bel pezzo prima che riesca a toccare terra, con le ossa rotte, fradicio, ma per volere di allah tutto intero.

e come un colpo di cannone l’incredibile fuga di hasan fa il giro di tutta la città e arriva anche alle celle della galera, dove i suoi compagni increduli si chiedono, hasan, keif?, hasan, come?

ora, ammetto che possa sembrare proprio una di quelle cose inverosimili che mi invento io di solito ma questa volta, a parte l’aggiunta di qualche piccolo irrilevante particolare, la storia è né più né meno che l’autentica leggenda sull’origine del nome hasankeif.

sabato 27 giugno 2009

libertà musicali

nell'estate del 1989 i tedeschi della ddr cominciano ad eludere in massa i ferrei controlli della polizia politica. le cose vanno più o meno così.
nei circoli degli scacchi dei paesi d'oltrecortina ormai si parla a mezza bocca di quello che sta capitando in russia: gorbačëv, perestrojka, glasnost. può mai essere? tutti cominciano ad assaporare questa cosa nuova al gusto di libertà e nessuno ha ancora il coraggio di crederci veramente. tutti tranne che nella ddr. avete presente quando si sente dire "più realisti del re"? ecco, la deutsche demokratische republik è proprio quel caso lì. bei tempi, pensano i caposezione della stasi, quando si trattava solo di censurare i flussi di informazioni che arrivavano dall'ovest. certo non è che fosse facile e non sempre ci si riusciva ma almeno il nemico era lì e si sapeva chi fosse: l'ingordo plutocrate capitalista o, al massimo, qualche laido traditore del socialismo reale. adesso non ci si capisce più niente, non si sa da che parte guardare.
passano mesi ma in realtà è come se fosse un attimo.
luglio-agosto: i controlli davanti alle ambasciate della bundesrepublik in ungheria, polonia e cecoslovacchia si fanno di colpo più lenti, così una gran massa di tedeschi orientali si riversa in questi paesi, gli unici verso i quali si possa espatriare, per chiedere asilo politico all'ovest.
settembre-ottobre: l'ungheria apre i confini con l'austria. adesso, attraverso queste due nazioni, è possibile addirittura andarci direttamente in germania ovest.
è un'emorragia. nella ddr la gente comincia a parlare, a lamentarsi alla luce del giorno, perfino a scendere in strada. e dopo due settimane di disordini, il 9 novembre, viene emanata una nuova normativa in materia di viaggi all'estero, che consente di fatto l'attraversamento del confine tra le due germanie.
quella sera, a berlino, una folla rumorosa si accalca a poche decine di metri ad est del muro. aspettano che i soldati schierati a guardia si ritirino. in lontananza si sentono i cori di una moltitudine di tedeschi occidentali che, dall'altra parte, fa più meno la stessa cosa. aspetta ma senza soldati. ad un certo punto l'ordine arriva e i militari se ne vanno.
prima con discrezione, poi sempre più voracemente, i tedeschi, che a questo punto non hanno più bisogno di epiteti, travolgono il muro e cominciano a fare festa.

quando, all'alba del 10 novembre, un omino non troppo alto, con pochi capelli bianchi in testa e un paio di occhiali da vista di quelli un po' fumé, che con il suo cardigan turchese sotto una semplice giacca di lana blu può sembrare un impiegato del catasto, fa qualche passo dentro berlino est e si sistema poco oltre la parte occidentale, tutta colorata, del muro con una sedia pieghevole ed una custodia per violoncello, sono in pochi a notarlo, ancor meno a riconoscerlo e a fermarsi. lui apre la custodia, si accomoda, prova l'accordatura dello strumento e, senza badare al trambusto che lo circonda, attacca a suonare.
mstislav rostropovič, russo, dissidente, esiliato dal suo paese, semplicemente il più grande violoncellista di tutti i tempi, esegue alcune suite di bach, tutte in tonalità maggiore, perché quel giorno è particolarmente felice.
nonstante la gran folla che a un certo punto gli si crea intorno, tutti stanno in silenzio, ammaliati. l'unico rumore che accompagna, quasi a tempo, slava (così lo chiamano da quando era ragazzo, parola che, oltre ad essere il diminutivo del suo nome, in russo vuol dire "gloria") è il click delle macchine fotografiche che racconteranno questa storia.

lunedì 30 marzo 2009

fotografare finalmente

dopo tutto il tempo passato a pensare alle foto per "memoria muta" e con l'unica lodevole eccezione del viaggio americano, erano davvero mesi che non facevo sul serio con la macchina fotografica tra le mani, che non puntavo l'obiettivo, avendo in testa qualcosa da realizzare. ah, che soddisfazione!

sono ritornato a vedere la lavorazione dell'alluminio, per completare un progetto iniziato l'anno scorso, cioè come rendere per immagini la calda, umana perizia artigianale anche in un contesto di produzione apparentemente così freddo.

si tratta di un lavoro a cui tengo molto, anche perché ha delle finalità commerciali e, da un certo punto di vista, è una scommessa che si possa prendere foto del genere e poi usarle per fare pubblicità.

come sempre, mi sono soprattutto divertito a scoprire cosa sono in grado di afferrare con gli occhi, prima ancora di rendermene bene conto col pensiero.

non so se sia per tutti così, ma a me capita di scattare avendo in testa pochi, pochissimi punti di riferimento. il filo conduttore, che pure seguo, diventa chiaro ed evidente solo alla fine e questa cosa mi sorprende sempre un po'. in pratica, quando vado a fare foto, non so mai bene fino in fondo come sarà il racconto che riporterò indietro!
se poi ne sia valsa la pena non posso giudicarlo da solo.

domenica 16 novembre 2008

qui riposano le ossa... niente luci. niente fiori.


sono un po' di giorni che ci penso... anzi, in realtà è praticamente tutta la vita che ci penso e poi me ne dimentico e poi ci ripenso ma non lo faccio mai. oggi l'ho fatto. mi sono detto per la centomilionesima volta, "ma devo proprio andare a vedere la tomba del mio bisnonno, antonio mastromarino", e oggi oltre a dirmelo l'ho fatto. il tutto è durato meno di mezz'ora ma mi sono successe tante di quelle cose che bisognerebbe scriverci un'intera storia. il fatto è che non ne ho voglia.
posso dire però che il cimitero di san giorgio è simpatico, c'ha un sacco di tombe vecchie, anche se sono diverse da quelle del cimitero di benevento. queste qui sono meno pretenziose, lapidi semplici semplici con i nomi incisi e verniciati di nero e, alle volte, dei piccoli girali di edera, neri pure loro, ricavati nei quattro angoli della pietra. sono poche quelle che oltre a nomi e date hanno anche dei messaggi. ma andiamo per gradi.
di tutte le tombe del cimitero, che detto per inciso c'ha un ossario impressionante, due mi hanno colpito particolarmente. la prima è quella di mio bisnonno (!), posta in basso, a terra, in un viottolo di passaggio. passa quasi inosservata. antonio è nato il 10 febbraio del 1861, quando qui solo da qualche mese non eravamo più sotto i borbone, ed è morto l'8 dicembre del 1939, convinto, per quanto glie ne potesse fregare a un sangiorgese di allora, che mussolini fosse l'uomo della provvidenza. forse non dovrei dirlo, in fondo sono il suo pronipote e poi ne so così poco di lui, ma fu uomo di terra e d'affari, scaltro di sicuro e di sicuro approfittatore. una delle cose che so e che ebbe una certa rilevanza nella sua vita è che fu un gran puttaniere e per questo morì solo e solo fu seppellito. a settanta anni di distanza, con la parzialità che mi concede il tempo passato, posso dire che mi sta simpatico e che un pensiero ogni tanto glie lo dedicherò io.
l'altra tomba che mi ha colpito è una strana lapide in cui è scritto "qui giacciono le ossa di ...
niente luci. niente fiori." sopra non ci sono simboli religiosi ma solo una foto di un distinto signore in giacca e panciotto damascato. una cosa così a santo giorgio non me la sarei mai aspettata!