venerdì 10 aprile 2009

la grave malattia del pensare

Ogni tanto, incredibilmente, mi ricapita davanti agli occhi questo libretto quasi indecente, che si chiama "papalagi". L'ho letto per la prima volta più di dieci anni fa e mi colpisce sempre come un maglio, per la linearità degli argomenti esposti. Si tratta del resoconto sugli usi e costumi dell'uomo bianco (il papalagi, appunto), fatto da Tuiavii, capo indigeno da un'isola del Pacifico, dopo un suo viaggio in Europa agli inizi del secolo scorso.
Leggete qui...

"C'è da chiedersi se stupido è chi non pensa molto, o chi pensa troppo. Il Papalagi pensa in continuazione.
Spesso vive solo con la testa, mentre tutti i suoi sensi sono profondamente addormentati. Anche se va in giro, parla, mangia e ride. Il pensare, i pensieri, che sono i frutti del pensare, lo tengono prigioniero. È una specie di ubriacatura.
Quando il sole splende bene nel cielo, pensa subito: «Come splende bene!». E sta sempre lì a pensare come splende bene. Ciò è sbagliato. Sbagliatissimo. Folle. Perché quando splende è meglio non pensare affatto, è meglio
distendere le proprie membra alla calda luce e godersi il sole."
E' tutto molto istruttivo e decisamente illuminante ma si può seriamente prendere a modello una popolazione di obesi famosa al mondo solo per le chitarrine in miniatura e le camicie a fiori?
Forse sì...

domenica 5 aprile 2009

a 15 anni la felicità è una barchetta rossa


Deve essere successo nel '91 o '92. In quegli anni lì, non ci andavamo proprio al mare... e chi ce li aveva i soldi?! Così, il fatto di avere un amico con la casa per le vacanze era l'unica possibilità, per me, di fare qualche bagno.

Per la prima volta, a 15 o 16 anni, mi misi in viaggio da solo, in treno. - Luigi. Deve durare poco, che l'ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza! - Mia madre ha sempre avuto la capacità di farmi capire le cose senza spiegarmele veramente.
Comunque, zainetto in spalla, dentro un jeans e tre magliette, poche migliaia di lire in tasca e via. Da Benevento a Foggia, da Foggia a Pescara, da Pescara a Silvi Marina. Non certo una meta esotica ma… che eccitazione! In quel momento mi sentivo come uno che sta attraversando il mondo, quanto meno come uno che sta travalicando i confini del proprio mondo.
La visita doveva durare tre giorni, che riuscii ad estendere a cinque, con la complicità della mamma di Enzo. Fu lei a chiedere il permesso al posto mio e tra madri, si sa, è più difficile dirsi di no.

A Silvi era bello camminare come un corpo estraneo, mimetizzato in questo gruppetto di adolescenti che tutti gli anni si ritrovava d'estate. C'era il mio amico Enzo, sua sorellina, piccolina appiccicosina, tre o quattro ragazzetti e ragazzette, di cui non ricordo bene neanche le facce, e poi c'erano Simone e Daniela. Loro erano fidanzati del mare... cioè erano tutti e due di Roma ma, durante l'inverno, non si vedevano né si sentivano mai. Da almeno tre anni, però, ogni estate stavano insieme, si tenevano per mano, qualche volta si baciavano, qualche altra non si sapeva dove sparissero. Lui era il più ganzo del gruppo: biondino, alto, non faceva altro che dire quante cose fichissime c'aveva a Roma, quante pischelle lo aspettavano al ritorno, ma questo solo quando non c'era Daniela nei paraggi. Lei invece sembrava diversa. Quando mi parlava, mi guardava in faccia e sorrideva, cordiale. Sarà per quegli occhi chiari, chiari, chiari, sarà per il fatto che era alta e abbronzata o per il caschetto castano, fatto di capelli un po' arrostiti dal sole, ma di raccontargli le mie solite cazzate non mi veniva naturale e il più del tempo stavo zitto, mi limitavo solo a rispondere alle sue domande... a monosillabi. Certo, ad essere carina era carina ma io la ragazza ce l'avevo già. E che ragazza! Ne ero innamoratissimo, come forse si può essere solo quando non si sa esattamente cosa voglia dire. E lei anche, Daniela, dopotutto stava con quel simpaticone di Simone.

E’ strano come i giorni al mare passino molto più in fretta, sta di fatto che in un attimo mi ritrovai alla vigilia della mia ripartenza. Era pomeriggio tardi e dopo l'ultimo bagno, durato due ore almeno, me ne stavo seduto su una sdraio, le gambe intrecciate, avvolto in un telo come gli indiani nelle pelli dei bisonti, a cercare di recuperare un po' di temperatura. Guardavo l'Adriatico, piatto e lungo come le sue spiagge, il sole scendeva sornione alle mie spalle. Lungo la linea d'orizzonte una piccola barchetta rossa si incamminava, beccheggiando, verso una serata di pesca. Le reti amatassate a prua, il pescatore incollato alla barra del piccolo timone, con lo sguardo perso nel vuoto, più o meno come il mio. Il freddo mi stava passando ed io mi godevo l'aria umida di sale nelle narici. Ripensandoci, quello fu un raro momento di sospensione, sì, uno di quelli in cui nemmeno un pensiero incrina la perfezione dello specchio delle proprie acque interiori.
- Ti piace il mare?- la presenza inaspettata di Daniela, le gambe raccolte in un abbraccio sulla sdraio accanto alla mia, mi avrebbe fatto trasalire in qualsiasi altra circostanza ma non in quella.
- A chi è che non piace?- il giorno dopo sarei partito, sarei tornato a casa, mi sarei tuffato di nuovo nel mio amore. Non vedevo l'ora.
- Domani, parti?
- Sì, è ora. Sai com'è… L'ospite dopo tre giorni puzza...- Io non so proprio perché dissi una cosa del genere. Me ne vergognai subito e sperai che lei non ci avesse fatto caso. Ma Daniela mi guardava fissa, le sopracciglia inarcate dal divertimento e dallo stupore. Chissà, forse pensava che la frase più lunga che le avessi mai detto sarebbe anche potuta essere migliore di così. Più o meno era quello che pensavo anche io. Ci scappò da ridere.

Il mattino successivo passai in spiaggia per salutare tutti questi brevi amici, prima di avviarmi in stazione. Erano stati giorni strani, interessanti, giorni di vacanza, resi belli soprattutto da un attimo scivolato dolce, fissando una barchetta rossa andare. Mentre mi allontanavo, dopo il commiato, la mente già aveva sbrigato il viaggio come una formalità e cominciavo a pensare a quello che sarebbe stato, a pensare al ritorno.
- Luigi, - una bella voce, quella di Daniela, un'ultima volta mi richiamava - Luigi, tornerai... a trovare Enzo? - Uno sguardo diverso, un sorriso fatto di imbarazzo.
- No, mi sa di no. - Che volete? Avevo 15 anni, una fidanzatina che mi aspettava e, soprattutto, non capivo un cazzo! - No, mi sa di no.
- Peccato. - Quello fu il peccato più languido che abbia mai sentito.
Scappai al treno e, durante il viaggio, solo per un attimo pensai a cosa volesse dire quel saluto caldo. Pensai che mi avrebbe fatto piacere andare ancora da Enzo quel ferragosto, ma questo genere di cose ancora mi attraversavano la testa senza lasciare che brevi tracce, come succede ai bambini, e me ne dimenticai in fretta.
- Lo sai, - mi disse Enzo ammiccante, quando ci ritrovammo a fine estate, - a Daniela avrebbe fatto molto piacere rivederti. Me lo ha detto lei. Peccato non ci sia stata occasione.
Capii allora. - Peccato. - Mi scappò fra i denti e un misto di palpitazione e senso di colpa per i desideri appena provati si strinsero forte all’immagine di una ragazzina con un sorriso bellissimo.

Forse è che uno sceglie a quali ricordi affezionarsi e a quali no. Forse è che le cose che avrebbero potuto essere e non sono state, conservano un patina di fascino difficile da scalfire. Forse è che mi è sempre piaciuto il mare in una maniera indefinita, come a tutti quelli che di mare non sono. Non so di preciso perché, ma ogni tanto rivedo con i sogni una barchetta rossa che se ne va, beccheggiando, a pescare e, con tutte le giustificazioni del caso, mi sento uno stronzo.

lunedì 30 marzo 2009

fotografare finalmente

dopo tutto il tempo passato a pensare alle foto per "memoria muta" e con l'unica lodevole eccezione del viaggio americano, erano davvero mesi che non facevo sul serio con la macchina fotografica tra le mani, che non puntavo l'obiettivo, avendo in testa qualcosa da realizzare. ah, che soddisfazione!

sono ritornato a vedere la lavorazione dell'alluminio, per completare un progetto iniziato l'anno scorso, cioè come rendere per immagini la calda, umana perizia artigianale anche in un contesto di produzione apparentemente così freddo.

si tratta di un lavoro a cui tengo molto, anche perché ha delle finalità commerciali e, da un certo punto di vista, è una scommessa che si possa prendere foto del genere e poi usarle per fare pubblicità.

come sempre, mi sono soprattutto divertito a scoprire cosa sono in grado di afferrare con gli occhi, prima ancora di rendermene bene conto col pensiero.

non so se sia per tutti così, ma a me capita di scattare avendo in testa pochi, pochissimi punti di riferimento. il filo conduttore, che pure seguo, diventa chiaro ed evidente solo alla fine e questa cosa mi sorprende sempre un po'. in pratica, quando vado a fare foto, non so mai bene fino in fondo come sarà il racconto che riporterò indietro!
se poi ne sia valsa la pena non posso giudicarlo da solo.

giovedì 26 marzo 2009

respirare

poi arrivi al mare e ti domandi, ma com'è che ci è voluto così poco? pensi che deve essere stato perché eri sovrappensiero. essere sovrappensiero è un poco come stare soli. certo che col mare che ti osserva di riflesso ed il vento salmastro che rinfresca i raggi di un sole palliduccio, non è proprio il momento adatto per pensare alla solitudine.
è da quando ero un ragazzetto che vengo in costiera, almeno una volta all'anno. ci vengo ormai per tradizione consolidata, a meditare su me stesso. l'ho fatto davanti a un piatto di linguine ai frutti di mare, a passeggio per scalinate interminabili, con un ramoscello di rosmarino tra i denti, immerso in negozi di corallo o in cartiere, l'ho fatto su barche e pullman, seduto su qualche tomba al cimitero, guardando le turiste tedesche, in bilico lungo il sentiero degli dei.
ogni volta sono arrivato con domande confuse e quando sono ripartito tutte erano molto più chiare e sensate. le risposte, quelle non le ho mai trovate, quelle devi cercarle altrove. in costiera, al tempio, come la chiamiamo in famiglia, si smette di stare in apnea e ci si concentra solo sulle cose importanti, tipo respirare, camminare lentamente, guardare tutto, sempre.

ho fatto il conto: era il 1996 la prima volta che ci sono stato, da allora ci sono venuto 20 volte in 13 anni. ci ho dormito solo una volta, mangiato 15, fatto il bagno in sole 4 occasioni, fatto foto solo 2 volte. in 3 casi ci sono stato da single, 1 volta ci sono andato da solo, 2 volte ho riportato un regalo per qualcuno, non ho mai portato via niente per me. non ho mai pianto in costiera. ho visto piovere una sola volta, non ho mai conosciuto nessuno e mai sono andato per conoscere qualcuno. non l'ho mai condivisa con una donna, anche se avrei voluto. tutte le volte, però, ce ne è stata una nei miei pensieri e non sempre si è trattato di una donna reale.

domenica 22 marzo 2009

una vita da lettore

è proprio vero che le idee migliori vengono tutte le volte... agli altri. anzi, alcune sono così buone da essere praticamente sempre esistite, ovunque tranne che nella propria testa.

ho appena finito di leggere un libro che non è un libro, ma la raccolta di una serie di recensioni sui libri letti da uno scrittore, o anche su quelli non letti ma solo acquistati, di cui naturalmente non si fa nemmeno la recensione. insomma, un libro da niente che raccoglie scritti sul nulla... metaletteratura direi. e non finisce qui...
il libro si chiama "una vita da lettore" e lo scrittore è nick hornby, inglese, 52 anni (non so che cazzo ve ne farete di questa notazione cronologica ma ho pensato ci stesse bene). ho letto alcuni suoi romanzi e mi sono piaciuti, così questo libro è stato acquistato sulla fiducia. ora, il problema di leggere un libro sui libri che legge uno scrittore di libri inglese (mi state seguendo? o ho usato troppe volte la parola libri?) è che tutto quello che legge solitamente esce dalla penna di altri scrittori inglesi, massimo massimo americani. eh sì, perché un po' si butta sui suoi classici, un po' sceglie libri di suoi amici scrittori (guarda caso tutti inglesi pure loro), un po' è la sua casa editrice che gli manda bozze di libri di giovani scrittori anglofoni (anche se sarebbe più preciso scrivere anglografi, se questo termine esistesse!) che vorrebbe lanciare. praticamente a parte dickens (charles, per gli amici come hornby, per me che non ci tengo particolarmente, va bene anche dickens) mi sono trovato a leggere recensioni di libri e di autori che non ho mai sentito nominare, che non leggerò mai e che per la maggior parte non arriveranno mai in italia.

allora vi starete chiedendo il motivo di tutto questo papiello. è semplice... come almeno il 75% dei 4 frequentatori di questo blog ben sa (mattia, ora lo sai anche tu!), mi piace molto leggere. d'accordo, non sarò certo l'unico e nemmeno il migliore lettore che ci sia (sono lento, a volte mi scordo di mettere il segno dove sono arrivato e devo ri-leggere veloce pagine su pagine prima di ri-raggiungere il reale punto di partenza, assumo pose esteticamente riprovevoli, quando sono particolarmente preso da quello che sto leggendo... e potrei continuare) ma siccome spesso mi capita di consigliare letture a qualche amico, mi è sembrato ingiusto escludere proprio voi quattro del blog dalla possibilità di sapere cosa penso dei libri che leggo.
vi annuncio, dunque, ufficialmente che da oggi, un volta al mese, posterò la recensione di uno o più dei libri che mi capiterà di leggere nel frattempo. magari a voi non fregherà un cazzo ma io ottengo il doppio risultato di essere sempre costretto a leggere almeno un libro che valga la pena di recensire ed inoltre di conservare una traccia scritta di quello che leggo (visto che ormai sono arrivato al punto di non ricordare più nemmeno i libri che ho letto sei mesi fa, eppure ce ne deve essere stato qualcuno di determinate per la mia crescita personale e la mia formazione di uomo e di cittadino, dedito alla patria ed all'onore... vabbé è per la sindrome dell'archivista, lo ammetto, la patria e il focolare e tutte queste cose qui c'entrano poco).

di nick honby non mi sento comunque di consigliarvi "una vita da lettore", anche se a tratti il suo sense of humour è davvero dissacrante (se poi siete appassionati di libri che non leggerete mai anche voi come me, allora è un'altra storia, qui ne trovate a bizzeffe). potreste leggere "alta fedeltà" che, invece, è sufficientemente leggero da scorrere come un bicchiere d'acqua e da non farvi sentire in colpa, se vi ritrovaste a riflettere sulle relazioni d'amore e quella fase, in cui tutti passiamo, quando capita di rendersi conto di cosa faremo da grandi, senza più meditare su cosa vorremmo fare. se poi le due cose finissero per coincidere...

martedì 10 marzo 2009

nature e venature

amo i gesti imprecisi
uno che inciampa, l'altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre.
mi stanno a cuore
perché vedo il loro tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
l'oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
dentro qualcosa balla.

questa poesia di valerio magrelli è un po' quello che mi piacerebbe saper fermare in fotografia. anche, è un po' quello che mi affascina delle persone. chi non sa bene cosa, chi ha molto da farsi perdonare, chi ha i propri segreti, sono loro che mi scaldano sempre.

domenica 1 marzo 2009

fanculo...

fanculo ai medici, agli avvocati, agli architetti ed ai professionisti tutti. fanculo agli indecisi, ai sicuri di sé, agli innamorati, ai pigri, agli scrittori e pure ai cantanti. fanculo ai calciatori, alle ballerine, ai tipi concreti ed al loro fascino. fanculo agli archeologi ed ai ricercatori. fanculo a tutti quelli che non amano viaggiare e pure a quelli che non farebbero altro. fanculo agli amanti, agli addormentati, agli insonni, soprattutto agli insonni. fanculo alle labbra morbide ed ai capelli lunghi. fanculo ai week-end, agli after hours, ai bed&breakfast, agli snacks, ai cocktails e pure a facebook. fanculo a tutti quelli che mi sono dimenticato e a tutti quelli che salverei. fanculo a te e naturalmente, più di tutti, a me stesso.

nota per gli eventuali lettori - non prendetela a male, è che voglio troppo bene a tutti i sopraindicati, perché mi rendono la vita impossibile e per fortuna poco noiosa!
questa cosa la dedico a quel faro nella notte che è charles baudelaire, al suo invito al viaggio. dopo una serie di considerazioni personalissime sono giunto alla conclusione che a lui una cosa così sarebbe piaciuta più di una citazione. e poi ci ho provato gusto...