domenica 14 marzo 2010

giochi di società

quando vado ad un convegno, una presentazione o un vernissage, quando assisto ad una performance, un seminario o una lettura, subito mi sento come uno che fa finta di essere grande ma che invece grande non è. che l'argomento sia politico o culturale, che il libro o il quadro di turno siano ben fatti oppure del tutto velleitari, che i fiori sul tavolo dei relatori e gli stuzzichini al banco aperitivi siano freschi oppure di plastica, tutto ciò non influisce granché sullo straniamento che mi prende.


a dirla tutta, questa cosa qui mi fa un po' ridere.
non so se tale circostanza sia colpa della società, questa cattivona che pare ce l'abbia sempre con me e tutti i miei simili, oppure sia da imputarsi ai politici, noti cleptomani metereologici, capri buoni per tutte le stagioni, o magari dipenda dal passaggio del sole in saturno, ammesso che questo voglia dire qualcosa, fatto sta che, pur frequentando certi spazi e reputandoli utili a loro modo, per lo meno nel differenziare cosa sia ufficiale da cosa no, non mi riesce proprio di sentirmi coinvolto.


ho pensato per un pezzo di essere ancora troppo piccolo per certe cose, diciamo troppo fuori quota, illegittimo, disadattato al punto di non capirne la vitale necessità.
ora che il più delle volte a questi rituali mi sottopongo spontaneamente, che la maggioranza dei partecipanti è più o meno mia coetanea, e si vedono anche un discreto numero di più giovani, mi domando come mai continui a trovare così poco interessanti i giochi da grandi.

l'unica spiegazione plausibile è che, indipendentemente dall'età anagrafica, si possa trattare di una qualche particolare conformazione del cervello, di cui con tutta evidenza devo essere privo.

chissà che non la si possa documentare fotograficamente.

martedì 9 marzo 2010

sans débit


ai tempi del rullino, quando portavo questo piccolo cilindro magico a stampare, il più delle volte non è che avessi l'esatta cognizione di quanto fatto e poteva capitare che le cose non fossero andate proprio come volevo.

ecco, ho scoperto che in francia, invece, dopo averti stampato più o meno tutte le foto, facevano una selezione, dove quelle mosse, sfocate, con inquadrature tagliate, insomma tutte quelle che, ad insindacabile giudizio dello studio che le stampava, non erano come avrebbero dovuto, non te le facevano pagare. sì, ci attaccavano sopra un piccolo adesivo, come quello nella foto, e te le scalavano dal prezzo.
praticamente l'errore era gratis e, a pensarci bene, in questo modo anche la sperimentazione.

questa cosa mi piace così tanto che ho deciso di usarla, per un po', qui dove anche io, più o meno senza costo, posso errare (fate un po' voi se più nel senso di sbagliare o di vagare).

lunedì 1 marzo 2010

passano i bastimenti

dopo essermi rotto le ossa per tutta la notte su un treno fetente fino a ventimiglia, scopro che i francesi scioperano a tempo indeterminato e che quindi il mio biglietto con destinazione aix-en-provence, dal confine in poi, non vale più un cazzo. succede in un momento imprecisato tra le cinque e le sei del mattino, il mio cervello prenderà servizio non prima di tre ore da adesso, quindi al momento sono a corto di idee. si deve vedere parecchio, visto che più o meno tutti gli altri passeggeri della carrozza in cui sono sistemato si sforzano di darmi qualche consiglio. ti conviene tornare indietro, grazie ci penserò, ma lo sai che san remo in questa stagione è davvero bella, grazie lo terrò presente, ma lo sai che se riesci ad arrivare fino a menton, poi c'è un pullman privato che forse funziona, grazie buono a sapersi. non riesco nemmeno ad essere preoccupato, quindi faccio l'unica cosa che uno bloccato a ventimiglia, più o meno a metà strada tra il luogo di partenza e quello di arrivo, possa fare tra le cinque e le sei di un mattino di metà dicembre.
cerco un bar.
barista un caffè, che poi chi lo sa se a ventimiglia lo si può ancora chiamare caffè o già è diventato ciofeca. ecco il caffè al signore, grazie. zucchero, giro, sorseggio. buono sto caffè, barista ti sei guadagnato un cliente, veramente io preferirei una mancia. il barista c'ha ragione ma io la mancia non glie la lascio lo stesso.
neanche faccio a tempo ad uscire dal bar che incontro un tipo, un canadese fuori di testa, che mi si rivolge con spiccato accento dei parioli. le sei ore successive sono così assurde che credo di averle sognate. jean francois, così si chiama il matto, dice di fare per professione il rappresentante di una fabbrica d'armi, dice pure che è famoso, in italia, è stato pure da mauriziocostanzoshow, ci è stato perché ha tentato di rapire i due figli alla ex-moglie italiana che non voleva più farglieli vedere (e chissà come mai!?). in effetti è credibile questo fatto che, se fai qualcosa di sbagliato, da noi vai in tv, mica in galera, ma secondo me, questo è solo un cazzaro, magari un tantino al di sopra della media. vai a sapere il motivo, mi lascio convincere a seguirlo, forse perché non so come dirgli di no, forse il fatto è che, con quegli occhi spiritati e la parlantina a scatti, mi fa veramente paura sto tipo. comunque sia, rimango coinvolto in una serie incredibile di autostop a catena, nel tentativo di utilizzare una macchina della polizia di montecarlo come taxi abusivo e l'ultimo pezzo del viaggio fatto estorcendo un passaggio a pagamento a un furgone, che non glie ne fregherebbe un cazzo di arrivare fino a nizza per noi. ma jean francois non è tipo che accetta un no come risposta e quello alla fine si fa convincere.
sul lungomare di nizza, mentre ormai temo che non riuscirò mai più a scollarmi lo psicopatico dalla giubba rossa (si fa per dire), quello trova un tipo disposto a portarlo in moto fino a marsiglia, dove lo attende un aereo che, non ho capito bene perché, deve prendere assolutamente, questione di vita o di morte, dice lui. mentre lo vedo sparire sulla motoretta, mi viene da pensare che forse così cazzaro poi non doveva essere e a ripensarci un certo brivido mi corre dietro la schiena.
una volta solo, mi guardo intorno e mi viene da pensare che ora sì che sono davvero fottuto. è praticamente impossibile per uno come me, che ha 19 anni e mezzo, in tasca solo settantamila lire e un biglietto del treno, valido esclusivamente da ventimiglia a scendere, che per di più non parla una cazzo di parola in francese, anzi una sì, merci, ma la pronuncia male, per uno così, dicevo, è impossibile arrivare fino a destinazione, a quasi 200 km da dove sono adesso. quasi quasi mi viene da piangere.
mi sistemo su una panchina per riflettere e un barbone si mette a fissarmi, devo fare pena anche a lui, penso, con la faccia appesa che mi ritrovo o forse è preoccupato che stanotte gli rubi il giaciglio. a un certo punto mi dice pure qualcosa che, a giudicare dal tono, non deve essere molto cortese. io non so come rispondere, quindi gli dico, merci, e me ne vado.
a spasso per un altro po'. però questa cacchio di nizza è bellina, c'ha una passeggiata sul mare veramente niente male. sarà per il sole di dicembre, che uno non se lo aspetta, sarà per il fatto che alle panchine ho capito che è meglio se non mi ci avvicino, ma mi viene in mente che il posto migliore dove riposare un po' e magari vedere se il cervello si rimette a funzionare, forse è proprio la spiaggia.
infatti col culo sulla sabbia tutto sembra più semplice. sono a piedi nudi, vestito con un discretissimo maglione arancione a spine di pesce blu e verdi, è un regalo di mamma per natale scorso, brutto in culo ma caldissimo e, siccome stavo andando in francia, quindi al nord, ho pensato che era meglio vestirsi pesanti, adesso sono in spiaggia coi francesi che mi guardano e pensano, però quel barbone che bel maglione arancione che c'ha, adesso sono qui e pure se non so che fare, già mi sento un pochino meglio.
è più o meno allora che mi accorgo di quante navi stiano passando davanti a me. partono, arrivano, chi lo sa che fanno o dove vanno e chi lo sa perché. a guardarle mi passa del tutto la preoccupazione, anzi, quasi quasi mi sento felice. guarda che bello il mare anche fuori stagione e guarda queste navi che, pure se sono lente a comparire e poi a sparire, mi sembra che coi loro tempi lunghi e i loro modi pacati ci hanno capito tutto della vita.
credo che il sonno mi sia arrivato proprio mentre pensavo quella cosa lì delle navi. una delle migliori dormite della mia vita.

giovedì 25 febbraio 2010

niente da dichiarare

volevo mettere questa foto perché mi piace, è semplice, a farla non c'è voluto nulla, nessuno sforzo creativo, solo ho alzato il muso e ho chiuso l'otturatore come una palpebra magica.

è probabilmente per tale circostanza che non riesco ad agganciarci nulla di ragionato. perché dietro non c'è nulla.

giovedì 18 febbraio 2010

immortalare il passo


vorrei pasti buoni da mangiare
e sapori soffici per dormire,
per viaggiare, per partire.

vorrei sapere del sole, delle strade,
delle nostre imperfezioni vaghe.

capire le stanze bianche,
dipingerle solitarie e intense.
masticare la compagnia,
indigesto pasto, appetitosa utopia.

vorrei immortalare il passo
che trema, l’anima in campana,
confezionare una vita sana
su una gamba sola, vorrei
una visione umida che
senza pensarci, mi consola.


dieci anni fa, la macchina fotografica stava quasi sempre in un cassetto. era un gioco stupendo, già allora, ma troppo troppo costoso. eppure il desiderio di scomporre i pensieri in immagini, credo di avercelo sempre avuto.

sabato 30 gennaio 2010

con un occhio solo

passavo il tempo a fingere di dormire, tutte le volte che potevo. la mattina lei smontava tutto e rassettava il caos di quel buco di stanza in cui viveva, che solo ad un erasmus potevano affittarne una così. sbatteva e arieggiava lenzuola e copriletto con metodo, ed io mi rigiravo, vestito a metà, sul vecchio materasso a molle, ingiallito dalle notti di chissà quante persone. e la spiavo con un occhio solo.
lei era bellissima ed agile. con gesti elettrici e precisi rimetteva a posto quello che io avevo sconcecato durante la notte.

era piacevole cominciare le giornate guardandola vivere, come se io non ci fossi. la osservavo attento mentre si lavava, con i capelli raccolti sulla nuca, quando sceglieva che vestiti mettere, svanita per metà in un armadio parallelepipedo e sgangherato, le sbirciavo i piedi, nudi e aggrappati al pavimento solo con le punte.
poi si faceva colazione insieme e subito le sue mani si trasformavano in calamite per gli occhi. mi godevo tutti quei movimenti frettolosi, di una che è abituata a fare le cose in poco tempo, tra caffettiera bollente e latte freddo e niente zucchero, per carità. alla fine scappava all'università ed io, mentre usciva, le guardavo anche un po' il culo.

a rimanere solo in una casa che non è la tua, anzi che non è di nessuno, ci si sente fuori luogo quasi subito. così, poco dopo averla vista svanire da uno scorcio del balcone, calavo nei vicoli e mi mettevo a girare, chiudevo un occhio ogni tanto e mi facevo guidare dalla luce che sbatteva in giro un po' a casaccio. scattavo. era bello andare a bere un cicchetto fuori orario, che lì facevano un vino da sentirsi la bocca come punta dalle vespe già dopo il primo sorso.

quando era ora, smettevo di perdermi e me ne andavo al mercato, un posto dove potevi passare sempre. se ti veniva voglia di assaggiare una fragola da una bancarella, il tizio che ci stava dietro te ne offriva un'altra, per invogliarti a comprare da lui.

da quel mercato tornavo sempre carico di cose fresche e squisite. qualche volta cucinavo, qualche altra aspettavo che lei rientrasse, e basta così, per farmi trovare che dormivo ancora. cavolo, fuori c'è il mondo e tu dormi?, ma come fai?, diceva lei, con un sorriso elegante sul muso. io non rispondevo, però, perché stavo dormendo. ma non era vero. è che volevo guardarla ancora, con un occhio solo.

giovedì 7 gennaio 2010

la fregatura della solitudine

dicono che quando si scatta si sia soli. allora, se faccio foto, deve essere perché mi piace stare solo. deve essere perché in questo straniamento, nel quale a piacere si decide cosa sia degno di essere raffigurato e cosa no, mi ci trovo bene, ci sguazzo. starsene a guardare la realtà degli altri, fottersene del loro giudizio e della loro opinione ma mirare solo all'essenza, anzi all'evidenza del contesto, tutto questo è, deve essere da individualisti. la solitudine deve piacermi davvero. tanto che se passo il tempo a intrecciare brandelli di comunicazione per immagini, se tengo un blog dove spiegare quello che vedo, non ci si illuda che possa trattarsi di una qualche forma di necessità di contatto con gli altri, no, deve essere più per una manifestazione di egocentrismo invece.
certo, se ammettessi che stare solo mi fa paura e che, in realtà, la fotografia, la scrittura, sono probabilmente un modo per esorcizzare tale paura, per rendere accettabile quell'odiosa condizione in cui mi capita di essere, che non è magnifica solitudine, ma piuttosto insulso isolamento, se dicessi una cosa del genere, tutto quanto ho scritto sopra si capovolgerebbe all'improvviso, facendo di me una sorta di filantropo, magari solo un po' autoreferenziale.
ecco, è proprio per evitare tali implacabili controindicazioni che sarebbe meglio prediligere sempre le foto di gruppo.