martedì 22 settembre 2009

bambini vs. poliziotti

i bambini, numerosi e rumorosi, sono la naturale risposta curda alla presenza armata turca.

i poliziotti qui non si muovono mai da soli ma almeno in coppia. i bambini, invece, anche quando stanno buoni in macchina con i loro genitori, non sono mai meno di cinque. 1-0 per i bambini.

i poliziotti qui sono sempre armati di kalashnikov o altri gingilli da guerra e quando sparano lo fanno prendendo bene la mira. anche i bambini sono pieni di pistole, di tutte le fogge e colori, verdi, nere, dorate, argentate, ma le loro sono di plastica e, quando le usano, non fanno male nemmeno ai gatti. al massimo sparano piccoli petardi, tanto per spaventare quelli come me, ma per gioco, e poi se la ridono. 2-0 per i bambini.

i poliziotti qui hanno davvero i piedi piatti. i bambini invece spesso i piedi ce li hanno nudi, perché sono bambini e le scarpe le farebbero a pezzi in due giornate, così le mamme glie le mettono solo quando c’è il bayram, la festa del ramadan. nonostante ciò i loro piedi sono bellissimi lo stesso. 3-0 per i bambini.

i poliziotti dicono, scherzando tra loro, che l’unico modo per risolvere la questione curda sarebbe quello di eliminare tutti i loro bambini, ma chi lo fa questo lavoraccio, dicono, che quelli sono più numerosi delle rondini in cielo. i bambini non hanno il senso dell’umorismo dei poliziotti, pensano solo a giocare e nemmeno per scherzo si sono mai sognati una cosa così atroce come eliminare tutti i poliziotti. 4-0 per i bambini.

nel marzo del 2008, i poliziotti, durante la repressione del newroz, la festa del capodanno curdo, dove i bambini erano terribilmente in prima fila a lanciare sassi contro i mezzi blindati, in una sorta di insensato gioco da adulti, si sono divertiti a spezzare il braccio ad un bambino davanti alle telecamere dei giornalisti, così, per dare una lezione.

i bambini a volte si lasciano trascinare. i poliziotti non sono mai dei giocherelloni.

lunedì 21 settembre 2009

carpet story

da quando sono arrivato qui tutti mi dicono di fare attenzione, sei un fotografo e frequenti i curdi quindi sei in pericolo. ma io non capisco e me ne frego. e poi, dico, ma qui sono tutti curdi, il 95% della popolazione di diyarbakir è curda. di turco ci sono solo l’immagine di atatürk e la bandiera con la mezzaluna e la stella, che campeggiano provocatorie in ogni angolo della città, è normale frequentare i curdi, dico. mi dicono, ma tu qui devi stare attento soprattutto alle spie curde, ma io non capisco e quindi non troppo me ne frego.

insomma, dico, ma devo stare attento ai turchi o ai curdi?, alla fine mi dicono che devo fare attenzione sì, ma senza formalizzarmi troppo, turchi o curdi, tanto sono italiano ed europeo, agli europei e agli italiani in particolare non fanno mai niente. domando, ma ai non europei e addirittura proprio ai curdi che fanno invece? dicono, niente, cioè non si sa, cioè dopo che ti prendono, se torni, non è che torni con la voglia di raccontarlo. ma devo stare tranquillo, che mica succede tutti i giorni, anzi è piuttosto raro ultimamente, sarà almeno una settimana che non sparisce o non viene arrestato nessuno. e poi io sono europeo e italiano addirittura, che mica lo so perché noi italiani dovremmo avere un trattamento preferenziale, forse perché all’epoca abbiamo consegnato apo öcalan ai turchi, forse vantiamo questo onorevole credito.

la mia amica gulê, che si chiama francesca ma tutti i curdi la chiamano gulê, che in curdo vuol dire rosa, e io non capisco perché una che si chiama francesca la devono chiamare rosa, però ormai la chiamano così pure a casa sua quindi, gulê mi dice che i curdi sono troppo apprensivi con noi occidentali e che in realtà non è poi più pericoloso di andare in giro per le strade di palermo o napoli. e qui comincio a preoccuparmi seriamente.

per fortuna c’è garip. garip è il mio nuovo amico curdo che parla italiano e si offre, per la causa e per ospitalità, di fare da guida, traduttore, perfetto intrattenitore e soprattutto cara persona per me e gulê. lui mi dice che devo stare attento ma che non è tanto pericoloso, dice che i curdi tengono molto in considerazione gli europei e in particolare gli italiani, che io non capisco perché, visto che cosa abbiamo fatto con il loro leader, e lui mi dice che invece a noi italiani i curdi ci vogliono bene perché almeno ci abbiamo provato a non consegnarlo e siamo stati gli unici a farlo. io allora dico, mah.

garip prima sta un po’ zitto e poi mi dice ancora che non devo preoccuparmi, dice che il peggio che può capitarmi è che qualche spia cerchi di ottenere informazioni da me. ma io, garip, informazioni non ne ho, almeno credo. garip, ma io ne ho di informazioni? garip, che è curdo ma parla l’italiano, perché un po’ è stato in italia, vicino salerno, quindi, lui dice, è un curdo napoletano, e pure un po’ paraculo ma in senso buono, aggiungo io, garip mi dice che non è che ho informazioni segrete ma le spie magari vogliono solo capire cosa faccio qui e chi frequento. e io, garip, se incontro una spia cosa gli dico?, soprattutto come la riconosco una spia, garip?, dice garip che le spie si riconoscono subito, perché si comportano come i tuoi migliori amici prima ancora di averti detto come si chiamano, sono bravissime a farti un sacco di domande personali senza che neanche te ne accorgi e non dicono mai niente su di loro e neanche di questo ti accorgi, se non ci stai facendo proprio caso.

tamam?, dice garip, va bene?, sì va bene ma se incontro una spia e la riconosco, garip, non mi hai detto cosa devo fare, e garip, che parla napoletano come un curdo ed è paraculo come un italiano, mi dice, digli che vuoi accattare un tappeto. ora io questa cosa qui del tappeto non l’ho capita bene e allora glie lo chiedo a garip, che gliene frega, garip, alla spia che io voglio comprare un tappeto?, il mio amico curdo napoletano, che c’aveva una nonna armena e infatti lui, con la sua barbetta incolta e la carnagione più chiara della mia sembra proprio un pope ortodosso, mi dice che la maggior parte delle spie non ce la fanno a tirare avanti solo con le soffiate che fanno alla polizia e ai servizi segreti, e allora sai che fanno, dice garip, vendono tappeti. sono un po’ confuso ma garip sembra così serio mentre mi dice tutte queste cose di spie e tappeti che non posso non crederci, e poi sono in medio oriente e mettere in dubbio quello che mi ha detto sarebbe inospitale e l’ospitalità per i curdi è sacra. garip, ok io ci credo a questa cosa qui del tappeto ma io poi il tappeto non me lo voglio comprare veramente e come faccio se quella, la spia, poi me lo vuole vendere sul serio?, e io che ne so, dice garip, tu mi hai detto che eri preoccupato se ti succedeva qualcosa di brutto e ora invece sei solo preoccupato di come fare a non comprare un tappeto, è meglio no?

sabato 19 settembre 2009

cose turche


ho passato le ultime settimane a dire a tutti che stavo partendo per il kurdistan. ma insomma dov’è che vai?, in kurdistan, mi hanno detto che vai a fare delle foto e cosa vai a fotografare?, il kurdistan, vai in vacanza, eh? beato a te! e la destinazione è?, il kurdistan, ah. la reazione è stata più o meno sempre la stessa. ah. sarà che la maggior parte delle persone neanche sa cos’è il kurdistan, sarà che quelli che lo sanno e che avevano pensato stessi partendo per un viaggio di piacere non hanno altro da dire se non, ah, sarà forse che tanto non glie ne frega un cazzo a nessuno di dove vado a sbattere io e quindi, una volta fatta la domanda di circostanza, non trovano di meglio per troncare un discorso, ah.

il punto è che tutti sanno che sono in kurdistan e invece io sono in turchia, ah. cioè l’area geografica è davvero quella curda ma qui è turchia. me ne sono accorto subito dopo essere sbarcato ad istanbul, mentre aspettavo di salire sull'aereo che mi avrebbe portato qui a diyarbakir. la turchia, la più occidentale delle nazioni mediorientali, non solo per posizione geografica, non araba, non fondamentalista, nemmeno tollerante.

in attesa di salire sul mio volo mi soffermo a guardare gli altri passeggeri, così, per capire. ci sono uomini d’affari in giacca e cravatta, sempre al cellulare, e hanno le facce che vedo alle volte al telegiornale, quando passano le immagini degli sbarchi di clandestini. ci sono coppiette di fidanzati mano nella mano, che ho dovuto rivederle nelle foto per rendermi conto della loro presenza, perché sono talmente normali da noi che uno non ci fa caso e ti colpisce di vederle in un paese islamico e invece anche qui sono così normali che uno non ci fa caso e devi rivederle sulle fotografie per farci caso.

poi ci sono donne velate, donne in caftani che arrivano fino ai piedi, donne con foulard variopinti e trasparenti, delicatamente portati su complicate acconciature, donne come le vedresti in un documentario sull’iraq, donne e basta. ci sono persino due puttane nigeriane, altissime, abbondantissime, attillatissime, a testimonianza del fatto che ogni mondo è paese.

infine ci sono anche io, fuori luogo ma non troppo, a mio agio ma nemmeno tanto, frastornato come sempre. ho imparato tre parole in turco ma non le ricordo, ho conosciuto una decina di persone e non ho fatto lo sforzo di memorizzare il nome di nessuno.

lunedì 7 settembre 2009

il dono dell'obliquità

lecce. due passi in centro. la città bianca, nemmeno tanto affollata, si apre fresca. non è la prima volta che ci vengo ma giro distratto, col naso in su tra i vicoli, sbattendo addosso agli altri passanti. faccio come le palline del flipper, scelgo una traiettoria, tiro dritto finché non incontro un ostacolo, ci rimbalzo contro, chiedo scusa imbarazzato e mi rimetto su una nuova traiettoria.
in verità non me ne frega niente della pietra leccese, delle facciate di chiese e palazzi, della mancanza di ortogonalità (non sono neanche sicuro di sapere cosa voglia dire...). mi ingrippa l'idea di poter fare foto a colori, senza colori. cerco quei posti dove luci e ombre si mescolano bene, senza pensare a molto altro, ammatondandomi un po' nel frattempo.

dopo due ore di sponde, mi metto seduto sulle gradinate di sant'irene e mi prendo un po' di minuti per respirare. accanto a me si sistema un omino singolare. è vecchio, direi molto vecchio, sarà alto un metro e mezzo, le gambe sono due stecchi ricoperti da una pelle non più elastica da tempo. indossa un paio di pantaloncini cachi da esploratore d'altri tempi e una camicia bianca misto cotone e acrilico, di quelle comprate al mercato dai cinesi. è quasi completamente calvo, l'abbronzatura eccessiva della pelata è scomposta in un puzzle di tessere, separate da profondi solchi color carne viva, le tracce di una scottatura trascurata. porta dei grossi occhiali quadrati fumé dalla montatura metallica dorata e in mano stringe una di quelle macchinette fotografiche di cartone usa e getta. la tiene con una mano sola, lontana dal viso, come fosse una di quelle compatte digitali che imperversano ovunque. è strano. si gira intorno con uno sguardo indagatore, le sopracciglia bianche e pelosissime, accartocciate sull'attaccatura del naso come un ventaglio semichiuso e quando nota qualcosa che lo colpisca, chissà mai perché, raddrizza il braccio, punta la macchina fotografica e poi fa una cosa insensata, piega la testa da un lato, il più possibile, segue con la macchinetta il movimento del collo e poi scatta tutto storto, senza neanche guardare davvero dentro l'obiettivo.

è la terza volta che lo incrocio. l'ho già visto al duomo e a sant'oronzo e tutte le volte se ne è stato lì a fare la stessa cosa, scegliere dei particolari in base a criteri tutti suoi e poi riprenderli belli storti. stavolta mi sta così vicino che quando lo vedo puntare la macchina per l'ennesima volta, butto un po' indietro la schiena e distrattamente mi piego per trovarmi più o meno alle sue spalle e poter seguire con attenzione tutta l'operazione. sbircio la linea del suo braccio fino alla macchina e guardo dritto in faccia un pezzo della balaustra del balcone che sta puntando, poi, quando piega testa e macchina, faccio lo stesso e quasi assecondo con un piccolo scatto muscolare del collo il click della foto. una volta terminata tutta l'operazione e giratosi, l'omino strano mi trova ancora tutto inarcato alle sue spalle e mi guarda come se il matto fossi io (in effetti anche svariate decine di turisti di passaggio fanno la stessa cosa...). e mo' che mi ha beccato così, non posso certo fare finta di niente, qualche cosa glie la devo pure dire, prima che pensi che gli volevo scippare la macchinetta!
scusate- il voi dalle parti mie con gli anziani è segno di rispetto - stavo guardando cosa riprendevate. vi posso chiedere perché fate le foto tutte storte, il vecchio si sistema meglio sul gradino e si mette a ricaricare la rotella della macchinetta, mentre mi sorride sornione.
vedi, io sono di lecce e siccome non ce li ho i soldi per andarmi a fare le vacanze da un'altra parte, allora me le faccio qui.
sì vabbe' ma questo non mi spiega perché fate le foto con la macchinetta storta, mi fissa per una frazione di secondo, cala lo sguardo alla macchinetta un'altra volta, poi mi guarda in faccia di nuovo, come se stesse per svelarmi chissà quale grande segreto.
il fatto è che io queste pietre le conosco a memoria, tutte. e allora le foto le scatto diverse, perché così mi sembrano dei posti nuovi.
un paio d'ore più tardi, davanti a una cedrata con granita di limone, mi capita di pensare che sì, quel vecchio bislacco mi ha davvero svelato un grande segreto... per fare in modo che la realtà, la propria realtà sia sempre nuova, alle volte può bastare di storcere un po' lo sguardo.
in alternativa, si può sempre venire a lecce.

giovedì 27 agosto 2009

l'ombra del ritrattista

è credenza comune, quanto fuorviante, che il ritratto sia la rappresentazione di una persona secondo le sue reali fattezze. in effetti non è mai così. si può dire anzi, che nella produzione di un ritratto entri in gioco, per definizione, la sensibilità del ritrattista, che interpreta la realtà secondo il gusto suo e del suo tempo e secondo il punto di vista che sceglie per raccontare il soggetto rappresentato.

quanto viene fuori da un ritratto è dunque simile alle ombre in fondo alla caverna di platone, piuttosto che ai pupazzi che ne costituiscono la fonte.

anche qui però viene da fare una distinzione: l'ombra resta comunque una sorta di riproduzione meccanicistica del soggetto, mentre nel ritratto è evidente una manifestazione di volontà del demiurgo. quello che fa il ritrattista, cioè, è qualcosa di simile a come molti esseri umani immaginano l'operato di dio.

è dunque per megalomani motivi di amor proprio che preferisco rimanere il più possibile dietro ad una macchina da presa, per fare luce (o forse sarebbe più coerente dire ombra) su quanto mi sta intorno, piuttosto che avere una parte nel teatrino della sua rappresentazione.

domenica 23 agosto 2009

il latte di atene

a galatina. anche quest'anno m'ha punto il ragno.

ha offuscato la mia vista ma non lo sguardo.

nella confusione della festa, credo di aver addirittura ballato.

bello e liberatorio sentire il cuore montare i battiti verso sera, al ritmo di una terzina.

martedì 11 agosto 2009

estate

nel posto dove vorrei andare in vacanza le turiste non prendono il sole, i telefoni non prendono la linea, i poliziotti non prendono i clandestini...

lì la lotteria non c'è bisogno di andarla a giocare, tutti sono iscritti in automatico e funziona al contrario: vincono tutti, tranne uno. ma poi i vincitori si impietosiscono e fanno a mezzi con il perdente.

nel posto dove vorrei andare in vacanza si lasciano le cose inutili in camera, la mattina prima di andare al mare. non ci si scotta, non ci si scuoce, non si spizza, non si va veloce. naturalmente chi vuole può correre in spiaggia ma deve farlo molto molto lentamente, per non disturbare la risacca.

si può comprare quelle belle ampolle per i pesci rossi, da potersele mettere in testa per fare i palombari. e non fa niente se sono un po' strette e si sta con la faccia tutta spiaccicata, perché il panorama, quando è così umido come sotto al mare, per forza deve essere suggestivo.

nel posto dove vorrei andare in vacanza, la radio e la tv e persino il computer, parlano un'altra lingua e siccome uno non li capisce, smette di usarli.
nel posto dove vorrei andare in vacanza anche il cuore parla un'altra lingua e siccome uno non lo capisce...