giovedì 25 febbraio 2010

niente da dichiarare

volevo mettere questa foto perché mi piace, è semplice, a farla non c'è voluto nulla, nessuno sforzo creativo, solo ho alzato il muso e ho chiuso l'otturatore come una palpebra magica.

è probabilmente per tale circostanza che non riesco ad agganciarci nulla di ragionato. perché dietro non c'è nulla.

giovedì 18 febbraio 2010

immortalare il passo


vorrei pasti buoni da mangiare
e sapori soffici per dormire,
per viaggiare, per partire.

vorrei sapere del sole, delle strade,
delle nostre imperfezioni vaghe.

capire le stanze bianche,
dipingerle solitarie e intense.
masticare la compagnia,
indigesto pasto, appetitosa utopia.

vorrei immortalare il passo
che trema, l’anima in campana,
confezionare una vita sana
su una gamba sola, vorrei
una visione umida che
senza pensarci, mi consola.


dieci anni fa, la macchina fotografica stava quasi sempre in un cassetto. era un gioco stupendo, già allora, ma troppo troppo costoso. eppure il desiderio di scomporre i pensieri in immagini, credo di avercelo sempre avuto.

sabato 30 gennaio 2010

con un occhio solo

passavo il tempo a fingere di dormire, tutte le volte che potevo. la mattina lei smontava tutto e rassettava il caos di quel buco di stanza in cui viveva, che solo ad un erasmus potevano affittarne una così. sbatteva e arieggiava lenzuola e copriletto con metodo, ed io mi rigiravo, vestito a metà, sul vecchio materasso a molle, ingiallito dalle notti di chissà quante persone. e la spiavo con un occhio solo.
lei era bellissima ed agile. con gesti elettrici e precisi rimetteva a posto quello che io avevo sconcecato durante la notte.

era piacevole cominciare le giornate guardandola vivere, come se io non ci fossi. la osservavo attento mentre si lavava, con i capelli raccolti sulla nuca, quando sceglieva che vestiti mettere, svanita per metà in un armadio parallelepipedo e sgangherato, le sbirciavo i piedi, nudi e aggrappati al pavimento solo con le punte.
poi si faceva colazione insieme e subito le sue mani si trasformavano in calamite per gli occhi. mi godevo tutti quei movimenti frettolosi, di una che è abituata a fare le cose in poco tempo, tra caffettiera bollente e latte freddo e niente zucchero, per carità. alla fine scappava all'università ed io, mentre usciva, le guardavo anche un po' il culo.

a rimanere solo in una casa che non è la tua, anzi che non è di nessuno, ci si sente fuori luogo quasi subito. così, poco dopo averla vista svanire da uno scorcio del balcone, calavo nei vicoli e mi mettevo a girare, chiudevo un occhio ogni tanto e mi facevo guidare dalla luce che sbatteva in giro un po' a casaccio. scattavo. era bello andare a bere un cicchetto fuori orario, che lì facevano un vino da sentirsi la bocca come punta dalle vespe già dopo il primo sorso.

quando era ora, smettevo di perdermi e me ne andavo al mercato, un posto dove potevi passare sempre. se ti veniva voglia di assaggiare una fragola da una bancarella, il tizio che ci stava dietro te ne offriva un'altra, per invogliarti a comprare da lui.

da quel mercato tornavo sempre carico di cose fresche e squisite. qualche volta cucinavo, qualche altra aspettavo che lei rientrasse, e basta così, per farmi trovare che dormivo ancora. cavolo, fuori c'è il mondo e tu dormi?, ma come fai?, diceva lei, con un sorriso elegante sul muso. io non rispondevo, però, perché stavo dormendo. ma non era vero. è che volevo guardarla ancora, con un occhio solo.

giovedì 7 gennaio 2010

la fregatura della solitudine

dicono che quando si scatta si sia soli. allora, se faccio foto, deve essere perché mi piace stare solo. deve essere perché in questo straniamento, nel quale a piacere si decide cosa sia degno di essere raffigurato e cosa no, mi ci trovo bene, ci sguazzo. starsene a guardare la realtà degli altri, fottersene del loro giudizio e della loro opinione ma mirare solo all'essenza, anzi all'evidenza del contesto, tutto questo è, deve essere da individualisti. la solitudine deve piacermi davvero. tanto che se passo il tempo a intrecciare brandelli di comunicazione per immagini, se tengo un blog dove spiegare quello che vedo, non ci si illuda che possa trattarsi di una qualche forma di necessità di contatto con gli altri, no, deve essere più per una manifestazione di egocentrismo invece.
certo, se ammettessi che stare solo mi fa paura e che, in realtà, la fotografia, la scrittura, sono probabilmente un modo per esorcizzare tale paura, per rendere accettabile quell'odiosa condizione in cui mi capita di essere, che non è magnifica solitudine, ma piuttosto insulso isolamento, se dicessi una cosa del genere, tutto quanto ho scritto sopra si capovolgerebbe all'improvviso, facendo di me una sorta di filantropo, magari solo un po' autoreferenziale.
ecco, è proprio per evitare tali implacabili controindicazioni che sarebbe meglio prediligere sempre le foto di gruppo.

martedì 29 dicembre 2009

come se avessi fatto

insomma si avvicina la fine del 2009. sarebbe tempo di consuntivi, così almeno mi sembra di capire facciano un sacco di persone. si valuta il buono ed il cattivo che è capitato e poi si dice scaramanticamente, il mio è stato un anno di merda, il prossimo andrà meglio. come se tra un giovedì 31 dicembre 2009 qualsiasi ed il conseguente venerdì 1 gennaio 2010 davvero cambiasse qualcosa. lo so, faccio lo snob distaccato dicendo così, e va a finire che poi lo sono davvero, distaccato, poco incline a queste cazzate, con la puzza sotto il naso, alla fine il solito asociale. ma che posso farci, se passare dal 2009 al 2010 per me vuol dire essenzialmente solo avere un problema in più, quando scrivo le date e mi devo ricordare un anno diverso?
eppure lo sforzo di non starmene sempre per fatti miei e di fingere di condividere queste usanze da idioti, cui tutti ci uniformiamo, lo voglio fare pure io, quest'anno sì, anche io festeggerò il capodanno, andrò al cenone con gli amici, mangerò le lenticchie, brinderò al nuovo arrivato, butterò le cose vecchie e griderò ilare, ma credendoci sul serio, annonuovovitanuova, lo dirò tutto d'un fiato e magari lo farò spizzando il culo di quella del tavolo affianco, chissà che, se le lenticchie portano soldi, questo genere di osservazioni non porti un po' di becero qualunquismo nella mia altrimenti piatta e asettica esistenza?

in tutto questo, a parte mattia che se lo domanda sempre, qualcuno per caso si è chiesto cosa c'entrino le tre foto che sono qui, tra loro e con il post che accompagnano?
è semplicissimo. nulla di nulla. solo le avevo selezionate per il blog nei mesi scorsi e poi non le ho usate più. ognuna di loro meritava un post specifico, che però non mi è venuto di scrivere. il tempo è passato e loro sono rimaste in un cassetto virtuale della mia scrivania telematica a prendere polvere digitale.
la prima mi ricorda tantissimo una persona per la quale avrei voluto scrivere ancora. il fatto è che avere dei corrispondenti è una sorta di vizio che prima o poi bisogna cercare di togliersi.
la seconda è la tomba di uno sconosciuto che, per una serie di considerazioni che avrei voluto approfondire, mi è stato rispettosamente simpatico fin da subito.
la terza è l'immagine di una contorsione, soprattutto mentale, che non ha voluto saperne di tradursi in parola scritta, nonostante i miei ripetuti sforzi.
ed io le metto tutte qui, così l'anno nuovo lo comincio buttando via nel calderone le cose vecchie e promettendomi solo nuovi vizi. in tal modo forse mi sentirò meno snob anche se, permettetemi, ugualmente idiota.

sabato 19 dicembre 2009

la discrezione degli sposi

adesso ce l’ho anche io un amico che, come dice vinicio, ha trovato amore e si è sposato.

le cose sono andate proprio così, con lui che sorrideva e lei che abbracciava un po’ tutti con gli occhi e nessuna delle cose che sono andate storte li ha minimamente preoccupati.

e c’eravamo anche noi vecchi amici, insolitamente, se non proprio dignitosamente, rassettati per gli sposi.

ed io, che volevo cercarli tutti e due per immagini, mi sono accorto invece di non riuscirci fino in fondo, non nelle visioni più importanti. gli ho invidiato la bellezza. ho provato a contenerli nelle inquadrature ma non ce l’ho fatta, anzi sono riuscito a definirli solo per pezzettini, per minimi gesti.

chissà che non sia normale provare una sorta di pudore nel mettere l’amore davanti agli occhi.

giovedì 17 dicembre 2009

shift

i miei ricordi, per quanto mi sia capitato di capirne, non sono mai nitidi e precisi. qualcosa al loro interno è sfuggente, in un certo senso ancora in movimento.
forse l'espressione "fissare i ricordi" nasce proprio da questa esigenza di bloccare in un solo posto quello che per natura continuerebbe a dibattersi. tra fantasia e sogno.
e così mi sento io.