domenica 15 novembre 2009

acutezza visiva

l'acutezza visiva è una delle nostre principali abilità visive. di solito la si definisce come la capacità dell'occhio di risolvere e percepire i dettagli di un oggetto.

il tutto sta a capire di quali oggetti cogliere i dettagli e di quali no...

sabato 24 ottobre 2009

il contrario di un incubo

quando uno dorme, dicono che sogni.

io personalmente questa cosa qui non me la ricordo quasi mai. i sogni sono quelle storie un po' strane, un po' poetiche che, sembra, tutti facciamo nella nostra testa, non sempre e non solo quando dormiamo, e di cui il più delle volte siamo protagonisti, ognuno nei propri almeno.

il fatto è che, siccome io i sogni non me li ricordo oppure, se mi capita che li ricordo, dura poco e poi me li scordo, allora, da quando ero bambino, mi ricordo i sogni degli altri. certo mica tutti quelli che mi raccontano, diciamo gli ultimi dieci e, mano a mano che me ne raccontano di nuovi, spariscono dalla memoria i primi della lista. è una cosa strana, lo so, ma uno per tutta la vita cresce sentendo dire che bisogna avere dei sogni, bisogna avere dei soldi, siccome i soldi ce li possono avere solo i ricchi, allora è meglio continuare a pensare che bisogna avere dei sogni. in conclusione se non ce li hai sti sogni, proprio come me, finisce che diventi complessato. è per questo che ho pensato che è meglio avere sempre sotto mano un certo numero di sogni degli altri, piuttosto che rischiare di rimanere senza.

certo mica i sogni sono tutti uguali. ce ne sono anche di brutti. uno dei vantaggi di ricordarsi i sogni degli altri è sicuramente quello di avere la possibilità di scegliere quali ti vuoi ricordare e quali no. se uno viene da me e mi dice, ho fatto un brutto sogno, oppure se è meno contenuto nei modi, maro' e che brutto sogno che ho avuto stanotte, io me lo scordo subito, anzi non faccio neanche attenzione quando me lo racconta. perché i brutti sogni, si sa, non fanno dormire la notte.

la fregatura è quando ti raccontano un sogno che è bello, molto bello, così bello che non ti fa dormire la notte. certo sono rari questi sogni qui, basti pensare che mentre a quelli brutti brutti brutti abbiamo dato il nome di incubi, per quelli belli belli belli, che io sappia, un nome non c'è.
mi è capitato di recente un sogno bello bello bello che non fa dormire la notte. me lo ha raccontato un mio amico, ovviamente, e siccome era bello io me lo sono memorizzato e adesso non ci dormo la notte. e pensare che a prima vista non sembrava niente di che. dice il mio amico, nel sogno a un certo punto tu sei andato da una parte che non ti ricordi, cioè nel suo sogno ci è andato lui ma siccome poi io l'ho memorizzato è un po' come se ci fossi andato pure io, per fare qualcosa che non sai bene. il fatto è che nei sogni belli che ti fanno svegliare la notte di solito non ti ricordi quasi mai niente, tranne che a un certo punto c'è una ragazza. e tu non lo sai bene perché ma il fatto che questa ragazza, che di solito non ti guarda nemmeno, nel sogno ti rivolge la parola, già ti sembra bello. e ci stai camminando insieme e lei a un certo punto, scherzando ti fa anche un complimento. lei che di solito è così chiusa, nel sogno bello che ti fa svegliare la notte, è un po' più chiacchierona e con te ci scherza pure. e tu pensi allora che questo sogno bello in realtà è bello bello. poi nel sogno che ti fa svegliare la notte, vatti a ricordare perché, tu ti fermi per fare qualcosa e la ragazza che di solito non ti calcola, non ti parla e non ti considera e che invece nel sogno che ti fa svegliare è tutta il contrario si avvicina alle tue spalle e...

ecco, normalmente a questo punto lei si trasforma in un enorme orso bruno o un golem di carne putrida o in un serpentone con le zampe, praticamente un coccodrillo, che ti maciulla le carni tra le tue grida strazianti e tu ti svegli perché hai avuto un incubo. ma questo non è un sogno brutto che ti sveglia, questo è un sogno bello che ti sveglia e quindi succede che lei, che nella realtà non ti caca proprio, e per questo alla fine ti sta pure un po' sul cazzo, proprio lei viene e ti posa il mento su una spalla e le sue mani sfiorano le tue e sei assolutamente certo che non è stata una cosa casuale, anche perché lei nell'orecchio ti dice, guarda che non è una cosa casuale, e il cavolo di sogno che fino ad allora era bello bello, sembra così vero che diventa bello bello bello. e ti svegli.

considerazioni finali: 1. quando qualcuno ti si avvicina alle spalle in un sogno, non importa se bello o brutto, stai sicuro che hai finito di dormire; 2. non ti fidare degli amici che ti raccontano i loro sogni belli belli belli, cercano solo di far smettere di dormire anche te; 3. la prossima volta che vedi la ragazza dei sogni del tuo amico, mandala a cacare, non fa niente se lei non capirà, tu intanto ci avrai recuperato il sonno.

lunedì 12 ottobre 2009

i dengbej


i dengbej, loro sono cantori, antichi e vecchi al tempo stesso. sono poeti ed io mi sono perso per mezzo pomeriggio a sentirli narrare storie in versi, in rima, improvvisando.



le ultime ore a diyarbakır mi sono scivolate dentro, come il tè caldo, in questo strano luogo di pace, la casa dei dengbej, dove sembra che il mondo esterno possa entrare solo quando questi maestri glie lo consentono tramite i loro racconti.


sarei rimasto ancora a non capire nulla di quelle che devono essere state storie d'amore, di campi di rose e fiori, di antiche ed epiche battaglie del tempo della fenice, di giochi complicati come la vita da queste parti.

ah sì, io sarei rimasto. ma loro, i dengbej, a un certo punto si sono stufati di dedicare il proprio tempo alla poesia e semplicemente si sono alzati e salutando, anche me, sono andati via.


uno di loro doveva andare in moschea, l'altro c'aveva la moglie che, se faceva tardi a cena e chi se la sentiva poi, un paio si stavano avviando al caffè a giocare a dama, loro una moglie non ce l'avevano più. c'era chi voleva perdere tempo e chi il tempo non ce lo aveva proprio.


questo ho potuto immaginare nei loro scambi di parole e non lo so se sia andata davvero così, ma credo di sì, che la poesia in fondo a un certo punto si mette sempre a parlare di mogli e caffè e religione. almeno io ho sempre creduto così.

venerdì 2 ottobre 2009

serçavan, kurdistan

loro sono discriminati, subiscono in continuazione atteggiamenti e pratiche razziste, tutte le volte che si riuniscono finiscono per beccare un sacco di botte, vengono arrestati, torturati e uccisi con una frequenza impressionante (solo da quando io sono qui, 18 politici locali, legittimamente eletti, arrestati per "attentato alla turchità", come da specifico articolo del codice penale turco, un attivista italiano sequestrato per qualche ora, pestato e derubato, una ragazzina di 14 anni morta sotto le cannonate dell'esercito che si addestrava a poche centinaia di metri dal suo villaggio, varie ed eventuali), se parlano la loro lingua non possono accedere ad uffici pubblici, scuole e ospedali, insomma la loro situazione è oggettivamente disperata. eppure sistematicamente, quando manifestano, si salutano facendo il segno della vittoria. le prime volte ti viene da pensare che devono essere stupidi, incapaci di vedere la realtà. dopo un po' che li frequenti, quando capisci cosa sia questa sorta di determinazione calma che li sorregge tutti, cominci a credere che lo stupido sei tu, perché con tutta questa realtà sei diventato inabile a cogliere l'utopia.
allora io me ne vado, kurdistan, ma te lo prometto che torno, non so ancora quando, presto. ho già idee che devono essere sviluppate, cose che io e te dobbiamo fare insieme. serçavan, kurdistan, che sarebbe a dire una cosa come, i tuoi occhi sulla mia testa. serçavan, perché un po', salutandoti, ti ho fatto un cenno, senza retorica, una specie di piccolo inchino.

martedì 29 settembre 2009

hasan, come?

hasan è un prigioniero arabo. lo hanno preso i turchi non lontano dalla rocca, stava cercando una breccia o qualche via di accesso praticabile per riuscire nella conquista di questa imprendibile città insieme ad altri suoi compari. certo la sua non è una situazione facile, è un soldato che è stato catturato dal nemico non sul campo di battaglia ma mentre tentava un attacco a sorpresa, e questa cosa qui non è proprio ben vista. si è beccato l’accusa di essere un attentatore alla sicurezza della città, cosa indiscutibilmente vera, e anche quella di essere una specie di terrorista dell’epoca, certa propaganda insomma non ce la siamo inventata noi adesso. risultato, condanna a morte sicura. cazzo, hasan a tutto pensava, quando è partito da damasco al seguito del suo sultano, ai bottini, alle avventure, alle donne, magari anche a una morte onorevole, ma di fare la fine del topo, strangolato in una cella umida scavata nella solida roccia, questo proprio non può mandarlo giù. i turchi poi sono gente sbrigativa, efficiente, ieri ti hanno catturato, oggi ti condannano a morte e puoi stare sicuro che entro il tramonto di domani il tuo corpo sarà appeso a una fune fuori dallo strapiombo a farsi mangiare dalle cornacchie. così, pensano loro, se altri volessero riprovarci sapranno cosa li attende, niente nuda terra, niente paradiso con le vergini, solo cornacchie. e ad hasan, questa cosa delle cornacchie proprio non gli piace.

al mattino seguente, poco dopo l’alba, vengono due guardie a buttarlo giù dal paglione, vogliono portarlo sul bastione della cittadella, perché dicono che devono fargli vedere una cosa. mamma mia quella mattina il povero hasan che brutto quarto d’ora che passa, gli tremano così tanto le ginocchia che nemmeno ci riesce a camminare e i due giannizzeri devono portarlo a braccia. intanto hasan è lì che pensa, passi per l’efficienza ma qui si esagera, io avevo creduto sarebbe successo al tramonto, tipo mentre mi portavano la ciotola con l’ultimo pasto, la guardia mi avrebbe preso alle spalle e mi avrebbe fatto uscire gli occhi dalle orbite, strangolandomi così, senza quasi farmene accorgere. e invece dove mi portano, cos’è che vogliono farmi adesso sulla cittadella, stai a vedere che hanno deciso di impiccarmi direttamente dal bastione, mi legano una fune intorno al collo e mi buttano venti metri più sotto, dove per il contraccolpo la cervicale si spezzerà e la testa resterà ancora viva per qualche secondo a guardare quello che una volta era stato il mio corpo penzolare un buon metro più in basso, attaccato solo per la pelle ormai. ma i turchi, che quella mattina si vede che non c’hanno proprio niente di meglio da fare, in realtà vogliono solo fargli vedere dove appenderanno il suo corpo, fargli fare conoscenza con le cornacchie che se lo spolperanno, divertirsi un po’ con lui insomma, e dopo pochi minuti lo riportano indietro. tornato in cella hasan pensa due cose, la prima è che si è pisciato nei pantaloni e la seconda è che le cornacchie gli stanno proprio sul cazzo.

quando è partito, suo padre ahmed glie lo ha detto non si sa quante volte, prima di lasciarlo andare via, tieni sempre la testa sulle spalle, tieni sempre la testa sulle spalle, e lui scemo non l’aveva certo interpretata in senso letterale. ah, è proprio vero che quando si raggiunge quell’età in cui il momento di andarsene è più vicino di quello in cui si è arrivati, spesso si riconosce che i nostri vecchi ci hanno donato, attraverso le loro parole, la via per giungere al volere di allah, che sempre veglia su di noi. e anche questa è un’altra cosa che succede, quando si sta più di là che di qua, pensa hasan, si diventa molto molto più religiosi. e proprio mentre se ne sta lì a cercare di ricordarsi almeno qualcuno dei novantanove nomi di allah, tanto per sgranare qualche buon rosario con le catene che lo tengono prigioniero e tirare un po’ su il suo credito presso il misericordioso, hasan viene colpito, fulminato quasi da quanto è vero quello che ha appena pensato, cioè che nelle parole di suo padre si compie il volere di allah. aspe’ come gli disse di preciso il vecchio ahmed quando lo salutò, no, non la cosa delle testa sulle spalle, cosa disse subito prima, quel buon vecchino che, nella sua infinita bontà, allah non permetterà mai che sopravviva al proprio figlio e, siccome ancora non è il momento di ahmed, allora l’onnipresente sarà d’accordo che non può essere nemmeno quello di hasan, come cazzo disse ahmed. ah, ecco, erano nella stalla, lui stava per sellare il suo solito baio berbero, sheraz, quando ahmed gli disse, no, prendi zehir, il mio stallone arabo, il tuo è un buon cavallo ma senza sorprese, sia nel bene che nel male. quando si va in guerra, alle volte serve di poter volare. aveva detto proprio così suo padre, alle volte serve di poter volare.

è passata da poco l’ora della preghiera del mezzodì, quando hasan si mette a fare voci in cella. i suoi compagni di sventura, dalle gabbie accanto, pensano che il poveretto deve essere impazzito ora che sa di dover morire. adesso si è messo a sbraitare che i turchi non si stanno comportando come uomini, che va bene condannare a morte uno come lui e che ammette anche di essersela meritata la sua fine, ma non si è mai visto che a un condannato non si conceda almeno l’ultimo desiderio. gli altri prigionieri sono lì a pensare che adesso al povero hasan, invece di ammazzarlo e basta, verranno a spezzargli le gambe e le braccia e, se non la smetterà di gridare, gli taglieranno anche la lingua e gli faranno esplodere gli occhi con un ferro arroventato e poi lo strangoleranno lo stesso, naturalmente. in effetti anche hasan è preoccupato che finisca così ma, se vuole mettere in opera il suo piano, allora non ha scelta. quando la porta della cella si apre e gli si para davanti uno dei giannizzeri che la mattina si è divertito con lui, hasan pensa che le cose stanno andando proprio come ha calcolato. il colosso con la faccia da mulo coi baffi, quando entra, fatica a tenere le risa che gli scoppiano, pensa di avere davanti il classico esempio di meschinità araba, uno che di fronte alla morte si piscia sotto e che adesso farebbe di tutto per tentare di ingraziarsi i suoi aguzzini, magari anche vendere i suoi compagni, e vuole proprio vedere fino a che punto questo arabo piccolo piccolo vuole arrivare. così gli chiede quale sarebbe questo ultimo desiderio ed hasan, pronto, gli dice che vorrebbe per l’ultima volta cavalcare il suo bel destriero, cui è tanto affezionato, che gli è stato sequestrato quando lo hanno preso. naturalmente lo sa, dice hasan, che non lo lasceranno mai andare a farsi un giro a cavallo ma lui si accontenterebbe di montare il suo zehir anche solo per poco, anche nel punto più alto e sicuro della rocca, anche sul bastione, sì. la guardia si allontana ragliando e torna subito dopo con una risposta affermativa. i grandi turchi sanno essere misericordiosi come insegna allah e concedono ad hasan di fare un ultimo giro sul suo cavallo, in cima al bastione. in cambio quando scenderà da cavallo lui sarà così gentile da rivelare loro il luogo dell’accampamento del suo sultano.

mentre monta zehir e lo porta al trotto in una sorta di piccolo giro sulla punta più alta della rocca, proprio sopra lo strapiombo creato dal passaggio del fiume tirgi, mentre guarda con piacere il fiume insolitamente ingrossato per la stagione, hasan pensa a quello che deve fare, pensa che anche volendo non ha altra scelta e comunque è meglio finire così che asfissiato dalle mani di un turco. pensa a tutto questo, hasan, e a suo padre ahmed che prega per lui, e ad allah, che sia fatto il suo volere. pensa poi alle forti zampe di zehir, quando lo lancia a tutta briglia verso il parapetto del bastione e lo spinge al salto più lungo che un cavallo abbia mai fatto, per cento metri giù nella gola fino a schiantarsi, ad esplodere letteralmente al contatto con l’acqua. del povero cavallo non rimangono che i finimenti e le costole fracassate ma il suo padrone è in acqua, ancora vivo. il colpo è stato tremendo ed hasan ricorda solo di aver visto per un istante il suo cavallo volare in mezzo alle cornacchie, una volta tanto prese alla sprovvista. la corrente già lo trascina via e passerà un bel pezzo prima che riesca a toccare terra, con le ossa rotte, fradicio, ma per volere di allah tutto intero.

e come un colpo di cannone l’incredibile fuga di hasan fa il giro di tutta la città e arriva anche alle celle della galera, dove i suoi compagni increduli si chiedono, hasan, keif?, hasan, come?

ora, ammetto che possa sembrare proprio una di quelle cose inverosimili che mi invento io di solito ma questa volta, a parte l’aggiunta di qualche piccolo irrilevante particolare, la storia è né più né meno che l’autentica leggenda sull’origine del nome hasankeif.

domenica 27 settembre 2009

salto nel tigri

si tratta di una strana cosa, quella che mi è capitata oggi. non ho capito bene come sia accaduta ma su questo pulmino il tempo invece di andare avanti si è messo ad andare all’incontrario. quando ci sono salito, sono sicuro, era il 2009, io ero a diyarbakır e l’orologio, che non porto, marciava inevitabilmente nella giusta direzione o comunque andava avanti.

il problema, se così lo si può definire, ha cominciato a manifestarsi quando mi sono messo a guardare fuori dal finestrino. certo non si può dire sia stata colpa mia. vorrei vedere voi mentre siete su un aggeggio tutto sgangherato, pieno di moquette e nastrini, che corre ad una velocità indefinitamente alta, comunque ben oltre i suoi limiti strutturali, guidato per di più da un criminale con evidenti istinti omicidi-suicidi, mentre vi spostate lungo la valle del fiume tigri, da diyarbakır a batman, sì sì, proprio come l’uomo pipistrello, e poi fino ad hasankeif. in una situazione del genere c’è poca scelta, perché la strada è meglio non guardarla, che questo hannibal lecter del volante, quando vede che di fronte arriva qualunque cosa sia più pesante di un paio di tonnellate, tipo un autotreno a pieno carico, un trattore con due strati di pecore sul rimorchio, un carrarmato, allora decide che è arrivato il momento di mettersi alla prova e superare la macchina con famigliola che ci sta davanti. giurerei che il pazzo alla guida si mette anche a fare quel versaccio da maniaco con la bocca, quella sorta di risucchio ossessivo che fa sempre il dottor lecter prima di “cenare con un amico”, mentre fa il pelo all’equivalente turco di una fiat regata con a bordo padre, madre, un altro paio di donne non meglio precisate e un numero variabile tra 4 e 6 bambini, per un totale di 8-10 esseri umani, schivando appena il pesante tank turco, il quale, detto per inciso, non vede l’ora di acciaccare sotto i cingoli un pulmino pieno di curdi, senza doversi neanche giustificare.

per quanto riguarda l’interno del mezzo poi, è meglio non perderci proprio tempo, non sia mai dovessi trovare qualcosa di talmente indecente, tipo un buco nel pavimento, da non poter fare a meno di chiedere qualcosa all’osama bin laden delle strade a scorrimento veloce. non ci voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe capace di fare se si distraesse.
insomma godersi il viaggio non è cosa, quindi non mi resta che guardare fuori, cercando di concentrarmi sul paesaggio. la strada scivola come una fettuccia sottile di asfalto, neanche tanto malandata, lungo il fondo della valle, in piano. è confortevole, se non si pensa a quel dart fenner multijet che tiene in una mano la mia vita e nell’altra un cellulare con cui adesso sta mandando messaggini chissà a chi. il panorama è mozzafiato, la spianata si apre calma ed immensa alla vista, per chilometri e chilometri attorno al fiume, che si muove appena, appisolato qui più o meno dalla notte dei tempi. incontriamo gli ultimi segni di cosiddetta civiltà poco dopo batman, manco a dirlo, una caserma dell’esercito. i militari di guardia nelle torrette sembrano soldatini di altri tempi, con quegli elmetti tanto più grandi delle loro teste e quelle semplici magliettine verdi mi ricordano le foto dei padri dei miei amici quando lo facevano loro il militare, negli anni sessanta e settanta. e qui già mi sarei dovuto preoccupare ma, in fondo, che ne potevo sapere io della piega che avrebbero preso le cose. dopo pochi chilometri non incrociamo più automobili o autocarri e lo psycho-autista, anche se un po’ a malincuore, deve calmarsi perché tirarsela con un carretto trainato da un mulo non sarebbe dignitoso nemmeno per lui. intanto le montagne sono arrivate e la valle letteralmente sparisce, all’improvviso. la strada si arrampica per un pezzetto e poi torna giù in una gola bella profonda, perfettamente scavata a forma di fiume. al suo interno non c’è spazio per nulla, solo il greto del tigri e un angoletto per la strada.

mi viene da pensare che qui la civiltà non c’è mai arrivata e invece dovrei dirmi che non c’è ancora arrivata, perché è evidente che siamo nel 1900 o giù di lì e fino a quando non arriviamo ad hasankeif non riesco a crederci davvero.
quando finalmente scendo, vorrei quasi buttarmi in ginocchio e baciarla questa terra antica, per lo scampato pericolo, ma lo spettacolo indecoroso di un omino del futuro che si contorce e si libera in scongiuri, decido che glie lo voglio risparmiare agli abitanti di hasankeif.
il posto è incredibile. sono sul fiume e la rupe che mi sovrasta sarà alta almeno ottanta o novanta metri. lungo tutta la sua statura è piena di buchi, che da qui sembrano forellini ma che invece sono le imboccature di una miriade di grotte e canali. sono le antiche case degli abitanti di hasankeif e un certo numero di queste è ancora frequentata. la maggior parte delle cinquemila persone che abitano qui però si è trasferita in case vere e proprie già al tempo dei romani o dei bizantini o dei sassanidi o vattelappesca. da dove sono io si deve scegliere se salire su, arrampicandosi fino in cima al canyon, o se scendere sulla sponda del fiume. ci penso per meno di un secondo, hasankeif può attendere, prima devo fare una cosa, devo proprio toccarlo questo cavolo di fiume tigri, devo sentirne l’acqua con le mani, ci voglio proprio saltare dentro. e allora ci vado e poi, visto che ci sono, mi fermo pure a mangiare in questa sorta di locale che in realtà non è un locale ma una palafitta appizzata nell’acqua del fiume con tappeti e cuscini su cui stare sdraiati e da dove guardare un po’ l’antica rupe urbana, un po’ i piccoli nomadi che pescano nel fiume come mamma li ha fatti.
solo alla fine mi ricordo che devo fare un po’ di foto perché se no finisce che non ci crede nessuno che sono andato indietro nel tempo sul fiume tigri e pazienza se mentre le riguardo mi pare che sembrino foto di cento anni fa. in fondo è normale, visto che lo sono davvero.

sabato 26 settembre 2009

ho solo 158 foto

vorrei passare un po’ di tempo a scrivere, questo vorrei fare, ma il social forum è iniziato e qui nella loro sede è difficile trovare la concentrazione giusta. persone che entrano e che escono, altre che semplicemente passano. tutte però si fermano al tavolo dove sono sistemato io, perché sopra c’è un piatto pieno d’uva a disposizione di chi ne vuole. l’uva qui è uva davvero, no come da noi. quando ero bambino l’uva era uva anche dalle nostre parti, perché veniva dalle viti e non dai banchi del supermercato. nei primi giorni d’autunno con mio fratello non facevamo altro che andarcene in giro per la vigna a rubare i grappoli migliori, quelli più maturi. i chicchi erano piccoli e tutti attaccati fitti fitti uno all’altro, il sapore, zuccherino ed aspro al tempo stesso, dopo un poco ti stordiva per quanto era concentrato. quando staccavi i grappoli dalla pianta, dovevi sempre fare attenzione a che non ci fosse qualche vespa pronta a pizzicarti perché gli avevi sconcecato il pasto e, a fine giornata, tornavi a casa immancabilmente col muso tutto appiccicato e gonfio per le punture. io quell’uva lì non l’avevo mai più vista e la ritrovo adesso.

mentre me la guardo affatato, indeciso se provarla oppure no, e fanculo a tutte le indicazioni sanitarie che si danno ai viaggiatori occidentali, quando si allontanano dal loro mondo di cellofan e lysoform, il trambusto intorno a me si fa ancora più intenso, al punto che sono proprio costretto a capire di che si tratta. corrono tutti più di prima, come se ci fosse un appuntamento che proprio non possono perdere e allora è meglio sbrigare in fretta le ultime faccende. tra gli altri passa una ragazza che conosco, cioè in realtà no. il fatto è che qui, dopo mezza volta che ti sei incrociato con qualcuno, allora lo conosci. al secondo cenno di saluto, non conta da che parte del mondo vieni e nemmeno se sei mai riuscito a scambiare qualche parola in una qualsiasi lingua comune, tutti ti si rivolgono chiamandoti my friend. secondo me un po’ deve essere perché vatti a ricordare il nome di tutti e un po’ perché è oggettivamente difficile pronunciare nomi il più delle volte incomprensibili, in lingue mai sentite prima. quindi my friend. insomma questa mia cara amica, visto che è almeno la terza volta che la vedo e ben la seconda che proviamo a rivolgerci la parola, passando mi dice che c’è una manifestazione delle madri della pace. ora, in realtà io non so se lei mi abbia detto proprio, my friend vedi che sto andando alla manifestazione delle madri della pace, vuoi venire pure tu?, anche perché lei parla solo tedesco e qualche parola di turco ed io conosco a malapena l’italiano e in inglese so dire my friend e poco altro. fatto sta che ho capito, ho spento il pc e mi sono organizzato per andarci anche io alla manifestazione delle madri della pace.

sono già per strada quando mi ricordo di chiedere a gulê, ma queste madri della pace che sono? e gulê mi dice che in kurdistan, da quasi vent'anni o forse più, sparisce la gente. la mattina esce di casa per andare a lavorare, ad esempio al centro culturale curdo, e poi non torna più, o magari è venuta la polizia ad arrestarla, perché è in politica con il partito curdo, e non l’hanno rilasciata mai più e, se uno va a chiedere al carcere, ti dicono che a loro non risulta che sia mai stata fermata, quindi fottiti, o ancora, gente che se ne è andata sulle montagne per lottare coi guerriglieri ma loro, i guerriglieri, a un certo punto non lo sanno più che fine ha fatto. e poi, dice gulê, sono passati gli anni, cinque anni, quindici anni, in certi casi addirittura vent’anni, e nessuno mai che si rifacesse vivo, che mandasse una cartolina a casa, che so, una telefonata. e qui ci sono le mamme, che come le vesti vesti e qualsiasi lingua gli fai parlare sono sempre mamme e non gliene frega un cazzo della repressione dello stato turco, della galera che ciclicamente si fanno, delle botte, delle torture e di tutte queste cose qui, che devono subire, loro vogliono solo sapere i figli e le figlie dove stanno, perché non sono più tornati. queste madri, che ora qui tutti chiamano le madri della pace, ogni sabato scendono in piazza e si portano appresso ognuna la propria foto, bella incorniciata, la staccano dalla parete del salotto, dove la tengono di solito il resto della settimana, e in piazza la agitano sopra la testa per farla vedere a tutti.

vabbe’ francesca mi ha raccontato tutto questo ed io ci credo, per carità, ma lei me ne parla come se fosse un’ecatombe e io penso, ma allora se fosse così grande questa cosa si sarebbe saputo, come per i desaparecidos, tutto il mondo ne avrebbe parlato e invece niente.
ecco, sto pensando proprio questa cosa qui quando mi compare davanti il corteo delle madri della pace. io non sono bravo a contare ma, a vedere tutta questa gente, mi capita di pensare due cose, una è che sono bellissime, tutte in abito tradizionale, tutte con una o due foto in mano, camminano fiere, si affollano una addosso all’altra, come i chicchi di quei bei grappoli d'uva che ho appena lasciato, senza toccarli, sul tavolo del msf, gridano slogan e cantano a squarciagola, saranno almeno 5.000 e queste sono solo quelle di diyarbakir, e l’altra, consequenziale, è che in questa manifestazione ci sono almeno 5.000 scomparsi presenti in immagine, 5.000 morti buttati in qualche fossa comune negli infiniti altopiani curdi, 5.000 prigionieri politici detenuti in carceri abusive di cui si sono perse le chiavi da tempo, 5.000 esseri umani di cui ancora si piange la mancanza, dei quali ancora non ci si rassegna alla scomparsa.

questo corteo, all’apparenza così festante e colorato, è in realtà un corteo di fantasmi.
io intanto penso che devo scattare foto, penso che devo trovare il coraggio di mettere la camera in faccia a queste persone, che sembrano allegre ma, se le guardi bene, hanno tutte gli occhi rossi, penso che la devo cacciare la faccia di cazzo stavolta, perché è troppo importante fissarli in immagini, così come li sto vedendo io in questo momento. penso tutto questo e in realtà, come prevedibile, non ho capito niente. non faccio neanche in tempo a scendere dal bus che mi ha portato fin qui e già la prima mamma mi si mette davanti e mi punta in faccia, lei a me, la foto di suo figlio. io, stordito, punto e scatto. dietro di lei ce n’è un'altra, e accanto un’altra ancora, punto e scatto, e mi sento battere a schiaffi sulla spalla, mi giro attonito e ce ne sono altre, potrebbero essere mie nonne, mie madri, mie sorelle, sono dappertutto intorno a me e mi tirano, mi chiedono di riprendere non loro ma le loro foto, le mettono davanti alla faccia, non per timidezza ma perché, si sa, i fotografi cercano le immagini toccanti, gli occhi delle mamme ed io in questo momento sono proprio uno di quei bastardi lì e loro allora mettono le foto davanti, come a dirmi, vuoi fotografarmi, allora fotografa anche l’immagine di mio figlio, guarda anche quanto era bella mia figlia. io punto e scatto, penso alla luce e scatto, penso alla messa a fuoco e scatto, io non posso dire di no, non posso dire di no a nessuno, il loro dolore ha la priorità su tutto adesso. voglio solo fare tutto quello che mi dicono ma non ci riesco, non riesco ad accontentarli tutti, io ho solo 158 foto, e loro sono 5.000 e si accalcano e mi premono e rimango incastrato e non ho vie di fuga, non le voglio nemmeno le vie fuga, ma come faccio a dirgli che da un po’ sto scattando a vuoto, come glie lo spiego che non ci sono più foto per loro.

mi tirano ancora ed io riesco solo a dire una delle poche cose che ho imparato in turco, tamam, va bene, accetto, continuo ad accettare fino a quando sento una mano che mi abbraccia e vedo questo ragazzo, che sembra un uomo ma avrà si e no la mia età, che si mette in mezzo e, anche se non lo capisco, so che dice lui alle madri della pace quello che io non avrei mai il coraggio di dire, dice che adesso basta, che mi stanno travolgendo, non lo vedono che non ce la faccio più.
mi trascina via e, solo quando non sono più nella folla, mi lascia con una pacca sulla spalla e mi dice, spas, che in curdo vuol dire grazie. è lui a dire grazie a me. sono fuori e non me ne frega niente. vorrei solo avere una macchina fotografica da 5.000 scatti, per tornare lì in mezzo e dire a tutte loro che non c’è problema, se anche mi acciaccano un po’, che tanto io una foto per ognuna di loro ce l’ho questa volta e che devono avere solo un po’ di pazienza.